BrandMemo | manage and share brands you love  Pharmamedix su Facebook  Pharmamedix su Twitter
 Home | News | About us | Comitato scientifico | Iscriviti | Utenti | Etica | Contenuti | Guida | Faq | Stage | Contatti
Logo Pharmamedix
A B C D E F G H I J K L M N O P Q R S T U V W X Y Z

Ebola

Farmaci e terapie


         

Quali farmaci per la Ebola?

Attualmente non ci sono farmaci o vaccini autorizzati per il trattamento dell’infezione da virus Ebola. Sono al vaglio diverse soluzioni, ancora in fase sperimentale, alcune delle quali si pensa possano essere disponibili nei primi mesi del 2015.

La terapia attuata sui pazienti di Ebola colpiti dal virus in Africa occidentale in questi mesi è di tipo sintomatico. Una volta isolato, il paziente viene sottoposto a reidratazione per arginare le perdite di liquidi corporei, che possono arrivare anche a 5-10 litri al giorno e di elettroliti (sali minerali). Viene mantenuta la funzionalità respiratoria e la pressione arteriosa. Il successo degli interventi dipende molto dalla tempestività con cui si agisce (l’infezione è altamente virulenta e rapida) e dalla capacità del sistema immunitario del paziente di reagire al virus. Una volta scomparsi i sintomi, il virus Ebola continua ad essere presente nell’organismo per diverse settimane (fino a tre mesi nello sperma). La mortalità osservata nell’epidemia in corso in Africa occidentale è più alta di quella di epidemie precedenti, pari circa al 70% (range: 50-90%). La mortalità aumenta nei bambini e nelle persone con più di 40 anni: dopo 28 giorni dalla comparsa dei sintomi, la mortalità nei pazienti con meno di 40 anni è circa il 28%, ma in quelli con più di 40 anni arriva all’80% (Keller, 2014).

Per quanto riguarda le ricerche in ambito farmacologico, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS o, secondo l’acronimo inglese, WHO, World Health Organization) sta seguendo lo sviluppo di due potenziali vaccini: VSV Ebo e ChAd3 (ChAd3-ZEBOV).

Il vaccino VSV Ebo, sviluppato dall’Agenzia nazionale canadese di Microbiologia (Canada’s National Microbiology Laboratory), si basa sul virus della stomatite vescicolare. Questo virus, a singolo filamento di RNA, è responsabile della stomatite vescicolare, malattia infettiva che colpisce equidi, bovini e suini. Il viurs della stomatite vescicolare viene trasmetto attraverso la saliva. Sporadicamente può contagiare l’uomo (attraverso la saliva di animali infetti) provocando sintomi simili a quelli influenzali; in alcuni casi possono comparire lesioni sulla mucosa della bocca simili a quelle del virus erpetico.
Il vaccino SVS Ebo è stato ottenuto combinando frammenti del virus Ebola con il virus della stomatite vescicolare in modo tale che quest’ultimo sia in grado di esprimere la glicoproteina del virus Ebola. Il vaccino dovrebbe stimolare la risposta immunitaria dell’organismo e indurre la produzione di anticorpi efficaci contro il virus Ebola. Negli animali (macachi) la somministrazione del vaccino 21 giorni prima dell’esposizione al virus ha dato un tasso di protezione del 100%, mentre la somministrazione 30 minuti prima dell’inoculazione del virus ha consentito la sopravvivenza di 4 animali su otto (Mire et al., 2013). Per il vaccino VSV Ebo sono in corso i test di immunogenicità e di sicurezza.

Il vaccino ChAd3, le cui ricerche sono portate avanti dall’azienda farmaceutica GlaxoSmithKline (GSK), si basa sull’adenovirus dello scimpanzé. L’adenovirus, responsabile nell’uomo di raffreddore e congiuntivite, svolgerebbe il ruolo di carrier per frammenti virali di due specie di virus Ebola, l’Ebola virus (Zaire ebolavirus) e il Sudan virus (Sudan ebolavirus). Si tratterebbe quindi di un vaccino bivalente. L’idea è quella di stimolare il sistema immunitario non solo inducendo la formazione di anticorpi, ma anche con l’attivazione di particolari linfociti, i linfociti T Killer, capaci di distruggere le cellule che esprimono gli antigeni virali. Nei test preclinici, sui primati, il vaccino è risultato efficace nel proteggere gli animali dall’infezione per circa 10 mesi.
Il vaccino ChAd3 è già nella fase dei test clinici sull’uomo. Sono infatti iniziati i test di fase I su volontari sani arruolati negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Africa (Mali e Gambia). Se i risultati della Fase I saranno positivi, la fase II sarà sperimentata direttamente in Africa nelle zone colpite dall’infezione.

Secondo i primi dati disponibili di uno studio condotto in aperto su 20 pazienti adulti (18-50 anni), il vaccino ChAd3 ha indotto la comparsa di anticorpi anti-Ebola entro 4 settimane dalla somministrazione. I pazienti sono stati trattati per una metà con una dose di 2x1010 unità di particelle per via intramuscolare e per l’altra metà con una dose più alta di vaccino, pari a 2x1011 unità di particelle. Solo due pazienti trattati con la dose più alta di vaccino anti-Ebola hanno manifestato febbre il giorno successivo la vaccinazione. I pazienti trattati con il vaccino alla dose più alta hanno evidenziato una maggiore risposta cellula-mediata, con linfociti T CD4 (10/10 pazienti vs 3/10 pazienti rispettivamente con la dose più alta e più bassa del vaccino, p=0,004) e linfociti T CD8 (7/10 vs 2/10 pazienti, p=0,07). Nessun paziente ha manifestato gravi effetti collaterali. Lo studio clinico ha evidenziato una risposta immunologica al vaccino dose-dipendente e di entità simile, nei pazienti trattati con la dose di 2x1011 unità di particelle, a quella che ha conferito immunità nei primati negli studi preclinici (Ledgerwood et al., 2014).

Altri filoni di ricerca in ambito vaccinale vedono impegnate attualmente la società farmaceutica Johnson& Johnson e la Russia.

Mentre i vaccini servono a proteggere dall’infezione, hanno quindi un ruolo strategico nell’ambito della profilassi, i farmaci agiscono quando il pazienti ha già contratto l’infezione. Nel caso di Ebola, i farmaci in studio sono diversi.

Lo ZMapp è stato utilizzato su tre pazienti, due sopravvissuti e uno deceduto. Si tratta di un farmaco prodotto dalle piante di tabacco (Nicotiniana benthamiana) modificate tramite ingegneria genetica. Le piante vengono “infettate” con un vettore virale che porta l’informazione genetica per la sintesi di tre specifici anticorpi monoclonali risultati attivi contro il virus Ebola. Gli anticorpi vengono successivamente estratti dalla pianta e purificati. L’intero ciclo di produzione del farmaco richiede diversi mesi. Negli studi sugli animali (macachi) il siero ZMapp è risultato efficace nel 100% degli animai se somministrato entro i primi 5 giorni dall’infezione (Qiu et al., 2014).

Il TKM-Ebola, realizzato in collaborazione con il Dipartimento di difesa americano, ha dimostrato un’efficacia pari al 100% sugli animali da laboratorio. Il TKM-Ebola è un nanoliposoma il cui meccanismo d’azione si basa sulla tecnologia dell’interferenza dell’RNA (RNAi). Si tratta cioè di piccoli frammenti di RNA che interferiscono con l’espressione dei geni e inducono il fenomeno del silenziamento genetico. Nel caso del TKM-Ebola i frammenti di RNA impediscono l’espressione di tre dei sette geni che costituiscono la struttura del virus Ebola.

Jk-05 è un farmaco sperimentale cinese. Sviluppato dall’Accademia militare di scienze mediche (Academy of Military Medical Science), è stato approvato in Cina per l’uso in caso di emergenza militare. Al momento è stato sperimentato sui topi. Jk-05 blocca un enzima, la polimerasi, indispensabile per la replicazione virale. Sulla base delle notizie disponibili si tratterebbe di un farmaco simile ad un altro, il favipiravir, approvato per il trattamento dell’influenza e sperimentato in alcuni pazienti colpiti dal virus Ebola. JK-05 sembrerebbe attivo anche verso influenza e febbre gialla.

Un’altra strategia utilizzata per stimolare la risposta dell’organismo al virus Ebola è il trasferimento passivo di sangue da paziente convalescente, negativo per virus Ebola, a paziente malato. Il razionale alla base dell’utilizzo di sangue o siero da paziente che a contratto e superato l’infezione virale si basa sull’idea che possa potenziare le difese immunitarie del paziente con infezione in atto. Questa metodica è stata utilizzata in numero molto limitato di pazienti durante l’epidemia di virus Ebola iniziata nel marzo 2014. I dati di efficacia a supporto del trasferimento di sangue o siero da convalescente sono scarsi: si riferiscono ad alcuni test condotti nei primati e ad un’esperienza limitata a pochi pazienti (8) durante l’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo del 1995 (Mupapa et al., 1999; Dye et al., 2012). La mortalità nei pazienti trasfusi nell’epidemia del 1995 è risultata molto bassa (12,5%; solo uno degli otto pazienti è deceduto), discordante rispetto alla mortalità complessiva registrata per la stessa epidemia (80%) e per altre epidemie. Secondo i ricercatori un dato di mortalità così basso rimane inspiegabile. In altri 10 pazienti, sempre durante l’epidemia nella Repubblica Democratica del Congo, in cui si era ricorso alla trasfusione di sangue da convalescente, la mortalità è risultata pari al 90,9% (1 paziente sopravvissuto su 11 pazienti trasfusi) (Mupapa et al., 1999).

A dicembre 2014 dovrebbero iniziare tre studi clinici “in corsia prioritaria” (fast-tacking) nelle regioni africane colpite dall’epidemia di Ebola che vedono coinvolti due farmaci antivirali, brincidofovir e favipiravir, e l’uso di sangue da convalescente. La scelta di valutare l’efficacia di questi interventi nella lotta contro l’Ebola si basa su dati di efficacia e tollerabilità, ma anche di disponibilità immediata (Mohammadi, 2014). Il brincidofovir è un farmaco efficace nelle infezioni da Cytomegalovirus o Adenovirus, mentre il favipiravir è un antivirale sviluppato per la terapia influenzale. Lo studio su brincidofovir, portato avanti da un gruppo di ricercatori dell’Università di Oxford, dovrebbe interessare la Liberia, ma manca ancora, allo stato attuale, il via libera da parte del governo. Lo studio prevede l’arruolamento di 140 pazienti tra adulti e bambini. Lo studio clinico su favipiravir, coordinato da un team del French Institute of Health and Medical Research e sostenuto dalla Commissione Europea, arruolerà inizialmente 60 pazienti adulti in Guinea a cui sarà somministrato l’antivirale entro 48 ore dall’inizio dei sintomi. Successivamente saranno coinvolti fino a 160 pazienti adulti e ragazzi (età > 12 anni) a cui il farmaco potrà essere dato dopo le prime 48 ore. I due trial che presentano criteri di arruolamento dei pazienti simili, vogliono verificare l’efficacia dei due antivirali valutando la sopravvivenza dei pazienti dopo 14 giorni. Il trial clinico su sangue da convalescente ha paternità belga e vede in campo l’Antwerp Institute of tropical Medicine del Belgio. Lo studio dovrebbe essere realizzato in Guinea, su 100 pazienti in parte adulti e in parte bambini (Mohammadi, 2014).