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Bulimia

Diagnosi


         

Come si diagnostica la Bulimia?

Gli esami disponibili per diagnosticare la bulimia nervosa, o più comunemente bulimia, e accertarne la causa sono:
• anamnesi personale e familiare
• esame medico
• Test EAT-26
• Test BETQ Revise
• Indice di massa corporea (BMI)
• Eating Disorder Symptom Impact Scale (EDSIS)
• Diagnosi differenziale

L’anamnesi personale del paziente e dei familiari serve a conoscere la storia medica del paziente, a individuarne elementi significativi utili alla diagnosi di bulimia come ad esempio l’uso di farmaci lassativi o diuretici, a confermare la presenza di comportamenti anomali come le “abbuffate”, elemento caratteristico di questo tipo di disturbo del comportamento alimentare (DCA).

Secondo il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-V) l’abbuffata, per essere definita tale, deve rispondere ai seguenti criteri:
a) Mangiare in un definito periodo di tempo, una quantità di cibo significativamente maggiore di quello che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso tempo ed in circostanze simili
b) Sensazione di non riuscire a smettere di mangiare o a controllare cosa e quanto si sta mangiando

Le abbuffate hanno luogo in un posto appartato e in solitudine e possono durare fino a due ore. La quantità di cibo consumata può variare dalle 1000 alle 10.000 calorie per volta. Le abbuffate si ripetono una o più volte nel corso della settimana per arrivare, nei casi più gravi ad essere quotidiane. Non è considerata bulimia l’elevata assunzione di cibo saltuaria nè il continuo “spiluccare” durante la giornata. Terminata l’abbuffata il malato prova un forte senso di colpa, di disprezzo verso se stesso per essersi “lasciato andare” e di disperazione per la mancanza di autocontrollo.

I criteri diagnostici definiti dal DSM-V per la diagnosi di bulimia nervosa sono i seguenti (American Psychiatric Association, 2013):
1) Abbuffate ricorrenti
2) Ricorrenti condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso (vomito autoindotto, abuso di farmaci lassativi o diuretici o di eteroclismi, digiuno , attività fisica eccessiva
3) Le abbuffate e le relative condotte compensatorie devono verificarsi almeno una volta alla settimana per un periodo minimo di tre mesi (la versione precedente del manuale, DSM-IV, fissava ad una media di 2 volte alla settimana il numero di abbuffate/vomito o digiuno).
4) I livelli di autostima sono indebitamente influenzati dalla forma e dal peso del proprio corpo
5) il disturbo non si manifesta esclusivamente durante episodi di anoressia nervosa

L’esame medico aiuta a evidenziare eventuali segni clinici che possano indicare un difficile rapporto con il cibo:
• stipsi e rallentamento del transito intestinale e relativa dipendenza dall’uso di lassativi
• denti con smalto opaco, carie e fenomeni di erosione, infiammazione delle gengive, ingrossamento delle ghiandole paratiroidi (causato dal vomito frequente e dal conseguente aumento dell’acidità nella bocca)
• aritmia cardiaca (il vomito autoindotto frequente può portare ad alterazioni degli elettroliti quali calcio, magnesio, sodio con ripercussioni sul funzionamento dl cuore fino all’arresto cardiaco)
• cicatrici o callosità sul dorso della mano (segno di Russell) causati dall’uso delle dita per indurre il vomito

Chi soffre di bulimia può essere magro, in sovrappeso oppure mantenere il peso forma. L’utilizzo dell’indice di massa corporea (BMI, secondo l’acronimo inglese Body Mass Index), ed in particolare dell’indice di massa corporea percentile, consente di calcolare il peso corporeo “atteso” in base alla costituzione del bambino e dell’adolescente. L’indice di massa corporea è un dato biometrico che esprime il rapporto esistente fra il peso della persona espresso in kilogrammi e la sua altezza, espressa in metri (Finucane et al., 2011). L’indice di massa corporea percentile mette in relazione il BMI del paziente con il valore tabulato corrispondente al cinquantesimo percentile di un bambino o adolescente della stessa età e altezza e dà un’indicazione di quanto il dato reale, il peso del bambino, si discosti dal valore che dovrebbe avere e verso cui bisogna andare (valore “atteso”, diverso dal valore “ideale”) (Le Grange et al., 2012).

Il test EAT-26 (Eating Attitude Test) è il test di screening più accreditato per valutare il rischio di sviluppare un disturbo del comportamento alimentare (DCA). Di questo test esistono due versioni, quella originale a 40 voci o item e quella successiva a 26 item (Garner, Garfinkel, 1979; Garner et al., 1982; Dotti, Lazzari, 1998). Le domande poste dal test riguardano il rapporto con il cibo e sono focalizzate a evidenziare le paure e le ansie che circondano l’elemento “cibo”. Punteggi uguali o superiori a 20 sono indicativi di una possibile disturbo del comportamento alimentare come la bulimia, l’anoressia o il disturbo da alimentazione incontrollata (Binge eating disorder).

Il test BETQ (Binge-Eating Trigger Questionnaire) Revise è diviso in due parti: la prima è il questionario vero e proprio, la seconda è un racconto di esperienze dei pazienti che hanno utilizzato il questionario. Il test BETQ è utilizzato per scoprire le motivazioni (“trigger” che in inglese significa “grilletto”) che inducono la persona a lasciarsi andare alle patologiche “abbuffate”. Le domande previste nel test hanno lo scopo preciso di indagare quali sono i sentimenti, le emozioni, le sofferenze che precedono e scatenano l’abbuffata (es. “sentirsi sola”, sentirsi rifiutata”, “sentirsi ansiosa”). Sono possibili situazioni trigger contemporanee. Per una maggiore efficacia, il questionario dovrebbe essere compilato subito dopo un episodio di “abbuffata”. Il punteggio varia da 0 a 10. Più alto è il punteggio, maggiore sarà il grado di sofferenza. Una volta diagnosticate le difficoltà emotive che portano il soggetto ad abbuffarsi, la terapia consisterà nell’aiutare il paziente a realizzare dei comportamenti sostitutivi per resistere all’impulso di abbuffarsi.

L’Eating Disorder Symptom Impact Scale (EDSIS) è un test che serve per esaminare il tipo di nutrizione, il comportamento della persona e il possibile isolamento sociale.

Diagnosi differenziale
La diagnosi differenziale serve ad escludere eventuali altre patologie con sintomi sovrapponibili a quelli della bulimia:
• Binge Eating Disorder
• Sindrome di Kleine-Levin
• Disturbo depressivo con manifestazioni atipiche
• Disturbo borderline di personalità
• Disturbi del comportamento alimentare non altrimenti specificati

Il Binge Eating Disorder, ovvero Disturbo da alimentazione incontrollata, è il terzo disturbo del comportamento alimentare, in termini di diffusione, dopo anoressia e bulimia. Chi soffre di binge eating disorder soffre di abbuffate compulsive non seguite da condotte di compensazione (vomito, lassativi o digiuno). L’abbuffata compulsiva è ripetuta e la quantità di calorie assunte ogni volta può arrivare anche a 30mila: il cibo è ingurgitato rapidamente e senza controllo. Questi episodi sono indipendenti dalla fame, accadono in solitudine e la persona che soffre di questo disturbo, spesso obesa, non trova gratificazione nel cibo. Perchè si possa parlare di binge eating disorder, le abbuffate devono ripetersi almeno una volta a settimana per circa tre mesi (DSM-V) (American Psychiatric Association, 2013).

La sindrome di Kleine-Levin è una sindrome neurologica la cui origine non è nota, che si manifesta soprattutto nella popolazione maschile con esordio verso i 15 anni. Circa i due terzi dei pazienti (66%) presenta iperfagia (appetito smodato e incontrollato). Rispetto alla bulimia nervosa sono assenti le componenti psicologiche quali l’ossessione verso il cibo e la costante preoccupazione del proprio peso e del proprio corpo.

Nel disturbo depressivo con manifestazioni atipiche uno degli elementi caratteristici è la presenza di iperfagia. Come già osservato nel caso della sindrome di Klein-Levine, anche in questo caso manca la componente psicologica distintiva della bulimia verso il binomio cibo-peso corporeo.

Nel disturbo borderline di personalità, la persona può manifestare un comportamento alimentare caratterizzato da abbuffate ripetute, ma manca completamente l’ossessione verso il proprio corpo.

I disturbi del comportamento alimentare non altrimenti specificati comprendono i disturbi che non rientrano nei criteri diagnostici della bulimia, dell’anoressia e del binge eating disorder.
Alcuni esempi:
• Sono presenti tutti i criteri diagnostici della bulimia nervosa ma le abbuffate incontrollate e i meccanismi compensatori si presentano con una frequenza inferiore di 1 volta a settimana e/o per un periodo di tempo inferiore a tre mesi
• Sono presenti tutti i criteri diagnostici per l’anoressia nervosa ma non l’amenorrea
• Sono presenti tutti i criteri diagnostici per l’anoressia nervosa ad eccezione del peso corporeo che rimane nei limiti della norma
• La persona presenta un peso normale ma fa ricorso abitualmente a comportamenti compensatori dopo aver mangiato piccole quantità di cibo
• La persona mastica ripetutamente grandi quantità di cibo per poi sputarlo senza inghiottirlo
• La persona presenta anoressia al mattino, aumento dell’appetito nel corso della sera, che porta a consumare cibo durante la notte, e insonnia (sindrome da alimentazione notturna)