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Ranitidina

Ranidil, Zantac e altri

Farmacologia - Come agisce Ranitidina?


         

La ranitidina è un farmaco antistaminico, antagonista competitivo a livello dei recettori H2 dell’istamina.

La ranitidina inibisce i recettori H2 delle cellule parietali gastriche provocando una diminuzione della secrezione acida sia basale che dopo stimolo secretogogo (cibo, caffeina, insulina, betazolo o pentagastrina). Riduce direttamente il volume totale del succo gastrico secreto e la concentrazione di ioni idrogeno e, indirettamente, la secrezione di pepsina. Quest’ultima infatti varia proporzionalmente al volume del succo gastrico.

La ranitidina non risulta modificare la motilità e il riempimento gastrico, la pressione esofagea, la secrezione biliare e pancreatica.

Diminuisce la secrezione del fattore intrinseco, ma l’assorbimento della vitamina B12 risulta essere adeguato anche nei trattamenti a lungo termine.

Non possiede attività anticolinergica muscarinica in quanto possiede un’azione trascurabile sui recettori muscarinici e sui recettori H1.

La ranitidine non riduce la concentrazione sierica di calcio in caso di ipercalcemia.

Data la sua capacità di ridurre la concentrazione idrogenionica del succo gastrico, la ranitidina esplica un’azione di protezione della mucosa rispetto all’effetto irritante dei FANS.

La ranitidina non sembra influenzare il rilascio degli ormoni stimolato dall’istamina, probabilmente perché permea la barriera ematoencefalica in quantità trascurabile. Non modifica i livelli di cortisolo, di aldosterone; di estrogeni e adrogeni; di LH, FSH, TSH e testosterone. Dosi pari o maggiori di 100 mg ev. sembrano indurre un aumento dose-dipendente, ma transitorio, della prolattina.

Rispetto alla cimetidina possiede affinità minore verso il sistema enzimatico del citocromo: ne deriva una minore capacità di interferire con altri farmaci.

Ulcera duodenale attiva
La ranitidina risulta più efficace del placebo nel determinare la cicatrizzazione dell’ulcera in fase attiva (38 vs 19 % dopo 2 settimane di trattamento; 73 vs 45 % dopo 4 settimane di trattamento).
La somministrazione di 300 mg di ranitidina, refratta in 2 volte/die, è risultata più efficace della somministrazione singola nell’indurre cicatrizzazione dell’ulcera (92 vs 87% dei pazienti) per terapie a lungo termine (8 settimane); ha mostrato efficacia analoga (85 vs 84% dei pazienti) per terapie a breve termine (4 settimane).

Ulcera gastrica
La ranitidina mostra attività terapeutica superiore al placebo nell’indurre cicatrizzazione dell’ulcera (19 vs 12% dopo 2 settimane di terapia; 68 vs 51% dopo 6 settimane di terapia).

Gastrite cronica provocata da infezioni di Helicobacter Pylorii
La ranitidina associata a bismuto e claritromicina è risultata efficace nell’eradicare l’Helicobacter (90% dei pazienti), nell’indurre cicatrizzazione dell’ulcera (85% dei pazienti dopo 4 settimane di trattamento); nel ridurre in modo significativo la percentuale di recidive (circa 10% dei pazienti) (Corr. Med., 1996).

Sindromi caratterizzate da ipersecrezione gastrica
La ranitidina possiede efficacia nell’inibire la secrezione acida gastrica, nel ridurre l’incidenza di diarrea, anoressia e dolore in caso di pazienti affetti dalla sindrome di Zollinger-Ellison. Provoca la cicatrizzazione dell’ulcera nel 42% dei pazienti; esplica un effetto protettivo rispetto a complicazioni quali sanguinamento e perforazione (infusione e.v. per 15 giorni).

Malattia da Reflusso gastroesofageo (MRGE)
La ranitidina (300 mg/die) è risultata superiore al placebo nel ridurre la frequenza degli attacchi e il dolore connesso con il bruciore di stomaco sia durante le ore diurne che notturne; nel consumo di antiacidi. Gli antagonisti del recettore H2, inclusa la ranitidina, sono risultati inferiori agli inibitori di pompa protonica (IPP) nel ridurre i sintomi associati a MRGE e nell’indurre la cicatrizzazione delle lesioni. L’analisi di 33 studi clinici randomizzati, per un totale di più di 3000 pazienti, ha evidenziato come il sollievo della sintomatologia associata a MRGE sia stata ottenuta nel 27% vs 60% vs 83% dei pazienti rispettivamente trattati con placebo, antagonisti H2 e IPP e la cicatrizzazione delle lesioni esofagee sia stata ottenuta, rispettivamente, nel 24% vs 50% vs 78% dei pazienti (De Vault, Castell, 1995). Anche aumentando le dosi degli antagonisti H2, o somministrandoli ad intervalli più ravvicinati, gli inibitori di pompa protonica sono risultati superiori nel trattamento della malattia da reflusso gastroesofageo. In pazienti con restringimento dell’esofago indotto da MRGE, il lansoprazolo (30 mg/die) è risultato superiore a ranitidina a dosaggio elevato (300 mg 2 volte/die) nel risolvere la disfagia ma ha mostrato efficacia analoga nel ridurre il ricorso a una ridilatazione dell’esofago (il ricorso ad almeno una ridiltazione dell’esofago nei 12 mesi di trattamento è stato pari a 30,8% vs 43,8% con lansoprazolo e ranitidina (Test chi quadro, P=0,092). Dopo 6 mesi di terapia, il grado di disfagia nei pazienti trattati con l’inibitore di pompa protonica era significativamente inferiore rispetto al gruppo in terapia con ranitidina (test di Wilcoxon, P=0,00869), ma questa differenza scemava dopo 12 mesi (test di Wilcoxon, P=0,074). La percentuale di pazienti che ha interrotto precocemente lo studio, per effetti avversi o violazione del protocollo dello studio, è risultatata più alta con ranitidina (33,8% vs 26,9%) (Swarbrick et al., 1996).

Esofagite erosiva
La ranitidina è risultata più efficace del placebo nell’indurre la cicatrizzazione dell’ulcera e nel diminuire il bruciore di stomaco (47 vs 22% dei pazienti dopo 4 settimane di trattamento; 71 vs 36% dopo 8 settimane; 84 vs 58% dopo 12 settimane). Non sono state evidenziate differenze fra la somministrazione di 600 mg/die e 1200 mg/die. Nel trattamento dell’esofagite erosiva, gli antagonisti del recettore H2, inclusa ranitidina, sono risultati inferiori agli inibitori di pompa protonica sia come tasso di guarigione sia come rapidità d’azione. L’omeprazolo (20 mg/die) è risultato più efficace di ranitidina (150 mg 2 volte/die) nell’indurre cicatrizzazione delle lesioni in pazienti con esofagite erosiva e/o ulcerativa (tasso di guarigione: 67% vs 31% rispettivamente con omeprazolo e ranitidina dopo 4 settimane di terapia; 85% vs 50% dopo 8 settimane). Considerando inoltre la velocità d’azione, l’omeprazolo ha evidenziato una maggiore rapidità nel ridurre l’infiammazione e la cicatrizzazione delle lesioni: dopo una settimana di trattamento, il 51% dei pazienti trattati con omeprazolo non presentava più sintomi rispetto al 27% di quelli trattati con ranitidina (Sandmark et al., 1988).
In un’analisi che ha considerato studi clinici randomizzati in singolo o doppio cieco, per un totale di più di 7600 pazienti adulti con esofagite erosiva o ulcerativa, diagnosticata per via endoscopica, gli inibitori di pompa (IPP) sono risultati più efficaci e più rapidi degli antagonisti H2 nell’indurre la cicatrizzazione delle lesioni. Indipendentemente dalla dose o dalla durata del trattamento (</= 12 settimane), la percentuale di guarigione media complessiva è stata pari a 83,6% (+/-11,4%) vs 51,9% (+/- 17,1%) vs 39,2% (+/- 22,4%) vs 28,2% (+/- 15,6)% rispettivamente con IPP, antagonisti H2, sucralfato e placebo. La velocità di cicatrizzazione delle lesioni è risultata quasi doppia con gli IPP rispetto agli anti H2 (tasso di guarigione/settimana: 11,5% vs 5,9%) e anche per il bruciore di stomaco, gli inibitori di pompa protonica sono risultati più efficaci in termini di rapidità e risoluzione del sintomo (scomparsa del sintomo/settimana: 11,5% vs 6,4% rispettivamente con IPP e anti H2) (Chiba et al., 1997).

Esofagite da riflusso recidivante
La malattia da reflusso esofageo è spesso una patologia cronica. I sintomi, risolti con il trattamento farmacologico, spesso tendono a ripresentarsi quando la terapia cessa. La maggior parte dei pazienti necessita pertanto di un trattamento di mantenimento focalizzato a controllare i sintomi ed evitare le complicanze. Circa il 20% dei pazienti può essere trattato con antiacidi e adeguato stile di vita, ma i pazienti che presentano un reflusso cronico, che arrivano a circa il 50%, spesso presentano delle recidive nonostante la terapia farmacologica.
La somministrazione nocte di 300 mg di ranitidina è risultata meno efficace rispetto a quella doppia giornaliera (150 mg 2 volte al giorno) (Koelz et al., 1986). In pazienti con esofagite da reflusso, trattati con successo con omeprazolo, la somministrazione giornaliera di omeprazolo, come terapia di mantenimento per ridurre il rischio di recidive, per 12 mesi è risultata più efficace della somministrazione settimanale dello stesso farmaco e più efficace della somministrazione giornaliera di ranitidina: al termine dello studio, la percentuale di pazienti in remissione era pari a 89% vs 32% vs 25% rispettivamente con omeprazolo (20 mg/die), omeprazolo settimanale (20 mg per 3 giorni ogni settimana) e ranitidina (150 mg 2 volte/die) (Dent et al., 1994).

Cancro del colon retto
La ranitidina è risultata efficace nel migliorare la sopravvivenza nei pazienti sottoposti a resezione curative del tumore del colonretto, non trasfusi e in quelli non trasfusi che non hanno manifestato complicanze infettive postoperatorie, ma non nei pazienti trasfusi. I pazienti sono stati trattati con ranitidina (100 mg) per via endovenosa e in seguito con ranitidina (150 mg) per via orale due volte al giorno per 5 anni (Nielsen et al., 2002).