Come si diagnostica la Blefarite?
Gli esami disponibili per diagnosticare la blefarite:
La diagnosi di blefarite si fonda primariamente sulla completa raccolta dei sintomi riferiti dal paziente e sulla valutazione obiettiva dei segni clinici. Non esistono test strumentali definitivi isolati in grado di confermare la diagnosi senza un appropriato esame clinico: pertanto, l’anamnesi e l’esame con biomicroscopia a lampada a fessura rappresentano la pietra miliare diagnostica. test complementari (BUT, valutazione ghiandole di Meibomio) supportano la diagnosi e orientano la gestione terapeutica, soprattutto nelle forme associate a disfunzione delle ghiandole di Meibomio. Infine, la diagnosi differenziale con altre patologie culari e dermatologiche è essenziale per un appropriato inquadramento clinico (Lin et al., 2024).
Anamnesi ed esame obiettivo
La raccolta della storia clinica è il primo passo fondamentale nella diagnosi di blefarite. È importante documentare:
La visita clinica prevede un esame obiettivo diretto della palpebra e dell’occhio con particolare attenzione al margine palpebrale. Per effettuare questo tipo di indagine, il clinico ricorre alla biomicroscopia con lampada a fessura, che consente di apprezzare direttamente:
Questi aspetti clinici devono essere attentamente documentati e correlati ai sintomi per distinguere la blefarite da altre patologie con presentazione simile, quali congiuntiviti o dermatiti palpebrali (Lin et al., 2024).
Strumenti diagnostici complementari
Sebbene la diagnosi sia prevalentemente clinica, strumenti strumentali ausiliari consentono di quantificare la disfunzione del film lacrimale e delle ghiandole di Meibomio, orientando la gestione terapeutica.
Break-Up Time del film lacrimale (BUT)
La misura del tear break-up time (BUT), spesso dopo instillazione di fluoresceina, fornisce un indice della stabilità del film lacrimale. Un BUT inferiore a 10 secondi è indicativo di instabilità, spesso associata alla blefarite soprattutto nella componente di disfunzione delle ghiandole di Meibomio (Amano et al., 2023).
Valutazione delle ghiandole di Meibomio
La espressione manuale delle ghiandole di Meibomio permette di valutare la quantità e la qualità del secreto glandolare, un parametro importante per la diagnosi di disfunzione delle ghiandole di Meibomio (MGD) frequentemente presente nella blefarite posteriore (Amano et al., 2023).
In aggiunta, nelle linee guida cliniche per la MGD e la blefarite si suggerisce di utilizzare esami come la meibografia o imaging non invasivo per documentare la morfologia delle ghiandole e l’entità del loro danno strutturale, utile soprattutto nei casi refrattari alla terapia convenzionale (Amano et al., 2023).
Esami microbiologici e test specifici nei casi selezionati
Nella routine clinica, le colture microbiologiche delle secrezioni del margine palpebrale non sono necessarie per la diagnosi di blefarite comune. Tuttavia, in presenza di:
può essere utile ottenere colture palpebrali o esami microscopici di ciglia epilate per agenti specifici quali Demodex folliculorum, soprattutto in blefariti croniche recalcitranti (Di Zazzo et al., 2024).
Diagnosi differenziale
La blefarite deve essere differenziata da altre condizioni che interessano il margine palpebrale o la superficie oculare, quali:
La presenza di segni atipici, mancata risposta alle terapie convenzionali o asimmetria marcata impone ulteriori indagini, incluse biopsie tissutali nei casi sospetti (Lin et al., 2024).