Come prevenire il Bruxismo?
La prevenzione del bruxismo è un tema apparentemente semplice, ma in realtà richiede una precisazione preliminare molto importante. Alla luce delle conoscenze attuali, non esiste una misura singola, universalmente valida e dimostrata, capace di prevenire in modo assoluto l’insorgenza del bruxismo in tutti i soggetti. Questo vale soprattutto perché il bruxismo non è una malattia unica con una causa lineare, ma un comportamento motorio complesso, regolato da meccanismi centrali e modulato da fattori psicologici, comportamentali, farmacologici e, nel caso del bruxismo del sonno (sleep bruxism), anche da altri disturbi del sonno. Di conseguenza, parlare di prevenzione significa soprattutto ridurre i fattori favorenti, riconoscere precocemente i soggetti a rischio e prevenire le conseguenze cliniche, come usura dentale, dolore muscolare, fallimento restaurativo e peggioramento dei disturbi temporo-mandibolari. Questa impostazione è coerente sia con il consenso internazionale sul bruxismo, sia con le revisioni più recenti sulla gestione clinica, che mostrano come l’evidenza per gli interventi preventivi e terapeutici sia ancora eterogenea e in molti casi di qualità limitata (Lobbezoo et al., 2018; Soares-Silva et al., 2024).
In termini clinici, la prevenzione può essere intesa su tre livelli. Il primo è la prevenzione primaria, cioè la riduzione dei fattori che favoriscono la comparsa del comportamento bruxistico. Il secondo è la prevenzione secondaria, cioè l’identificazione precoce del bruxismo quando è ancora poco sintomatico. Il terzo è la prevenzione terziaria, che mira a limitare danni e complicanze nei soggetti già affetti. Nel bruxismo, la prevenzione primaria pura è la più difficile da documentare, mentre la prevenzione secondaria e terziaria sono oggi quelle più realistiche e meglio sostenute dalla pratica clinica. Anche lo Standardised Tool for the Assessment of Bruxism (STAB) è nato proprio per favorire una valutazione più ampia del fenomeno, includendo non soltanto la presenza del bruxismo, ma anche comorbilità, fattori eziologici e conseguenze, cioè gli stessi elementi che guidano una prevenzione più mirata (Manfredini et al., 2024b).
Il primo vero pilastro della prevenzione è la consapevolezza comportamentale, soprattutto nel bruxismo da svegli (awake bruxism). Questa forma è strettamente associata a serramento dentale, irrigidimento mandibolare e mantenimento non fisiologico del contatto tra le arcate durante la giornata. Per questo motivo, uno degli interventi più utili è insegnare al paziente a riconoscere la posizione mandibolare di riposo, nella quale le labbra sono a contatto, ma i denti non si toccano e la muscolatura masticatoria rimane rilassata. La prevenzione, in questo contesto, non consiste in un farmaco o in un dispositivo, ma in un vero e proprio addestramento alla percezione del proprio comportamento orale. Le revisioni più recenti sulla gestione dell’awake bruxism indicano che i trattamenti di tipo comportamentale, il biofeedback, cioè il ritorno di informazioni che aiuta il soggetto a percepire e correggere l’attività muscolare, e le strategie di terapia cognitivo-comportamentale, rappresentano i filoni più promettenti, pur in presenza di una qualità delle evidenze ancora non definitiva (Graham et al., 2026).
All’interno di questa prospettiva, la valutazione ecologica momentanea (ecological momentary assessment, EMA) ha aperto una strada importante. Si tratta di sistemi, spesso basati su smartphone, che invitano il paziente più volte al giorno a registrare in tempo reale se sta serrando i denti, mantenendo contatto dentale o irrigidendo la mandibola. Questi strumenti nascono come metodiche di valutazione, ma hanno anche un valore preventivo, perché aumentano l’autoconsapevolezza e possono interrompere la ripetizione automatica del comportamento. Studi multicentrici recenti mostrano che l’EMA migliora la comprensione del linguaggio usato per descrivere il bruxismo da svegli e riduce la distanza tra percezione soggettiva e comportamento reale; in pratica, aiuta il paziente a riconoscere prima un’abitudine che spesso avviene in modo quasi automatico (Nykanen et al., 2022; Dias et al., 2021).
Un secondo asse preventivo riguarda la gestione dello stress e dei fattori psicoemotivi. Non sarebbe corretto affermare che lo stress sia la causa unica del bruxismo, ma sarebbe ugualmente scorretto ignorarne il ruolo modulatore, soprattutto per il bruxismo da svegli. La letteratura sistematica suggerisce un’associazione tra sintomi di stress e bruxismo, anche se non sempre con forza uniforme tra studi diversi. Da un punto di vista preventivo, ciò significa che il trattamento dell’iperattivazione emotiva, dei disturbi d’ansia e della tensione persistente può ridurre la probabilità che il serramento diventi un comportamento abituale o che si intensifichi. Tecniche di rilassamento, interventi cognitivo-comportamentali, miglioramento dell’igiene del sonno e, quando indicato, presa in carico psicologica o psichiatrica, non vanno considerati accessori, ma parte integrante della prevenzione nei soggetti predisposti (Soares-Silva et al., 2024).
Nel bruxismo del sonno, la prevenzione assume caratteristiche diverse. Qui il punto centrale non è tanto l’autocontrollo volontario, quanto l’identificazione e la gestione delle condizioni associate. Tra queste, la più rilevante è la sindrome delle apnee ostruttive del sonno (OSA, Obstructive Sleep Apnea), cioè la tendenza a episodi ripetuti di collasso delle vie aeree superiori durante il sonno. Negli ultimi anni si è rafforzata l’idea che, in una quota di pazienti, il bruxismo del sonno possa coesistere con l’OSA o inserirsi in una cornice fisiopatologica comune legata ai micro-risvegli. Questo dato ha conseguenze preventive molto concrete: quando il paziente riferisce russamento, sonnolenza diurna, pause respiratorie osservate dal partner, risveglio non ristoratore o cefalea mattutina, la prevenzione del peggioramento del bruxismo passa anche attraverso la ricerca attiva di un disturbo respiratorio del sonno (Cid-Verdejo et al., 2024a; Martynowicz et al., 2022).
Il dato più rilevante, in questo ambito, è che il trattamento dell’OSA può ridurre anche l’intensità del bruxismo del sonno. In particolare, sia la ventilazione a pressione positiva continua (continuous positive airway pressure, CPAP) sia il dispositivo di avanzamento mandibolare (mandibular advancement device, MAD) hanno mostrato di ridurre l’intensità del bruxismo nei pazienti con OSA. Questo non significa che ogni paziente con bruxismo debba essere trattato con CPAP o con un MAD, ma indica chiaramente che la prevenzione del bruxismo del sonno, in alcuni casi, coincide con la prevenzione e il trattamento di una patologia del sonno sottostante. È una visione molto più moderna rispetto a quella esclusivamente odontoiatrica, perché sposta l’attenzione dalla sola dentizione al sistema sonno-respirazione (Martynowicz et al., 2022).
Un altro elemento di prevenzione, spesso sottovalutato, è la revisione della terapia farmacologica. Alcuni farmaci psicotropi, in particolare antidepressivi e altri farmaci ad azione centrale, sono stati associati al bruxismo del sonno o al peggioramento di un bruxismo preesistente. Non si deve mai dedurre automaticamente un rapporto causale in ogni singolo paziente, ma la revisione sistematica di Melo e colleghi ha mostrato che l’associazione tra psicofarmaci e bruxismo è clinicamente plausibile, anche se sostenuta da evidenze non sempre di alta qualità. In chiave preventiva, questo comporta che il clinico debba indagare i farmaci assunti dal paziente, soprattutto quando il bruxismo compare dopo l’inizio di una terapia o cambia intensità nel tempo. Prevenire, in questo caso, significa riconoscere tempestivamente un possibile fattore iatrogeno, cioè indotto da trattamento, e discuterlo con il medico prima che il quadro produca danni dentali o dolore persistente (Melo et al. 2018).
La prevenzione non farmacologica comprende anche le misure di igiene del sonno, un’espressione con cui si indicano le abitudini che favoriscono un sonno più stabile e fisiologico. Anche se le prove disponibili non consentono di affermare che migliorare l’igiene del sonno prevenga di per sé il bruxismo in tutti i soggetti, ridurre frammentazione del sonno, deprivazione cronica, orari irregolari e fattori eccitanti serali ha una plausibilità clinica elevata, soprattutto nei soggetti in cui il bruxismo compare in parallelo con sonno disturbato o stili di vita disordinati. In questo senso, la prevenzione si fonda più sulla riduzione del terreno favorente che sull’eliminazione di una causa unica. Le revisioni recenti sul trattamento del bruxismo del sonno confermano infatti che le strategie cognitive, il biofeedback e le modifiche comportamentali sono razionali, ma richiedono ancora studi più omogenei per una quantificazione certa dell’effetto preventivo (Minakuchi et al., 2022; Soares-Silva et al., 2024).
In odontoiatria, un capitolo decisivo della prevenzione riguarda la prevenzione del danno. Questo punto va chiarito bene: un bite o una placca di stabilizzazione non impediscono necessariamente il comportamento bruxistico, ma possono prevenire o ridurre le sue conseguenze meccaniche. Le revisioni più recenti continuano a mostrare che gli apparecchi intraorali hanno un ruolo soprattutto protettivo e sintomatico, più che di vera “guarigione” del bruxismo. In altri termini, essi fanno parte della prevenzione terziaria. La loro utilità è particolarmente evidente nei pazienti con usura accelerata, restauri ripetutamente fratturati, dolore muscolare o elevato rischio protesico (Minakuchi et al., 2022; Soares-Silva et al., 2024).
Questa osservazione è ancora più importante nel paziente protesico e implantare. La meta-analisi più recente disponibile mostra che gli impianti inseriti in pazienti con bruxismo probabile hanno un rischio di fallimento superiore rispetto ai non bruxisti. Questo dato non dimostra che il bruxismo sia l’unico responsabile del fallimento, ma impone una prevenzione più attenta: riconoscimento preoperatorio del rischio, scelta protesica prudente, controllo occlusale accurato e protezione nei casi indicati. In questo gruppo di pazienti, dunque, prevenire il bruxismo non sempre significa eliminarlo, ma significa soprattutto prevenire la complicanza biomeccanica a cui il bruxismo contribuisce (Manfredini et al., 2024).
Anche nei bambini e negli adolescenti il concetto di prevenzione richiede equilibrio. Le revisioni recenti in età evolutiva mostrano una letteratura molto eterogenea, con prevalenze ampie e criteri diagnostici variabili. In età pediatrica è spesso più appropriato puntare sulla sorveglianza clinica, sulla ricerca di disturbi del sonno, sulla valutazione di eventuale respirazione orale e sulla rassicurazione dei genitori quando non siano presenti segni di danno o sintomi rilevanti. La prevenzione, in questi casi, coincide soprattutto con il non medicalizzare eccessivamente un fenomeno che può essere transitorio, ma anche con il non trascurare segnali che potrebbero orientare verso un disturbo respiratorio del sonno o una parafunzione persistente (Restrepo-Sernam, Winocur, 2023; Prado et al., 2023; Lobbezoo et al., 2018;).
In conclusione, la prevenzione del bruxismo non può essere ridotta a una ricetta unica. Nei soggetti con bruxismo da svegli, il cardine è l’aumento della consapevolezza, associato a interventi comportamentali e gestione dello stress. Nei soggetti con bruxismo del sonno, la prevenzione passa dalla ricerca delle comorbilità, soprattutto respiratorie, e dal miglioramento del contesto sonno-veglia. Nei pazienti già affetti, la priorità è prevenire le conseguenze sui denti, sui muscoli, sulle articolazioni temporo-mandibolari e sulle riabilitazioni protesiche. La medicina del bruxismo moderna, coerentemente con i dati più recenti, non promette una prevenzione assoluta dell’evento motorio, ma una prevenzione sempre più efficace dei suoi fattori favorenti e dei suoi esiti clinicamente rilevanti (Graham et al., 2026; Soares-Silva et al., 2024; Minakuchi et al., 2022).