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Cancro alla prostata (tumore della prostata)

Avvertenze

Cosa chiedere al medico e al farmacista sul Cancro alla prostata (tumore della prostata)?

Se ritieni di avere i sintomi del cancro alla prostata (tumore della prostata), o se a qualcuno dei tuoi familiari è stato diagnosticato il cancro alla prostata (tumore della prostata), parlane con il tuo medico di fiducia.

Ecco alcune domande che potresti porre.

Mi hanno diagnosticato un cancro alla prostata: devo iniziare subito una terapia?

Non necessariamente. Il cancro alla prostata comprende forme con comportamento biologico molto diverso: alcune possono crescere lentamente e rimanere circoscritte alla prostata per molti anni, mentre altre presentano caratteristiche di maggiore aggressività. La scelta dipende quindi dallo stadio della malattia, dal gruppo di grado, dal valore e dall’andamento dell’antigene prostatico specifico (PSA), dalle caratteristiche osservate alla risonanza magnetica e alla biopsia, dall’età, dalle altre condizioni di salute e dalle preferenze del paziente.

Nei pazienti selezionati con tumore della prostata a rischio favorevole, la sorveglianza attiva permette di rimandare il trattamento, mantenendo però controlli programmati con PSA, visite, risonanza magnetica e, quando indicato, nuove biopsie. Non significa quindi “non fare nulla”, ma controllare attentamente la malattia e intervenire qualora emergano segni di progressione. In una grande coorte prospettica sottoposta a sorveglianza attiva secondo protocollo, a 10 anni l’incidenza di metastasi era dell’1,4% e quella di mortalità specifica per cancro alla prostata dello 0,1% (Newcomb et al., 2024).

La scelta deve comunque essere individualizzata. Lo studio ProtecT ha inoltre mostrato che, dopo 15 anni, la mortalità specifica per tumore della prostata era bassa nei gruppi sottoposti a monitoraggio, prostatectomia o radioterapia, mentre progressione e metastasi erano più frequenti nel gruppo inizialmente monitorato (Hamdy et al., 2023).

Se il PSA aumenta significa necessariamente che il tumore sta peggiorando o è tornato?

No. Il PSA è un indicatore molto importante, ma un singolo valore non deve generalmente essere interpretato isolatamente. La sua valutazione dipende dal contesto: presenza della prostata, trattamento già effettuato, valore precedente, velocità dell’aumento e caratteristiche del tumore.

Dopo prostatectomia radicale il PSA dovrebbe normalmente diventare molto basso o non rilevabile; una successiva risalita confermata può indicare una recidiva biochimica. Dopo radioterapia, invece, la prostata rimane in sede e il PSA può continuare a essere misurabile; inoltre possono verificarsi oscillazioni temporanee che non equivalgono necessariamente a una ripresa della malattia.

Anche quando viene identificata una recidiva biochimica, questa non significa automaticamente che siano già presenti metastasi. La velocità di crescita del PSA, il tempo trascorso dal trattamento iniziale, le caratteristiche istologiche del cancro alla prostata e gli eventuali esami di imaging contribuiscono a stabilire il rischio e la necessità di ulteriori terapie. Le linee guida congiunte dell’American Urological Association (AUA), dell’American Society for Radiation Oncology (ASTRO) e della Society of Urologic Oncology (SUO) sottolineano proprio la necessità di personalizzare la gestione della recidiva dopo trattamento curativo, considerando le caratteristiche (Morgan et al., 2024).

Se sono in sorveglianza attiva posso perdere il momento giusto per curare il tumore?

La sorveglianza attiva viene proposta proprio per ridurre il rischio di trattare inutilmente tumori che potrebbero non diventare clinicamente rilevanti, mantenendo contemporaneamente la possibilità di intervenire qualora compaiano segnali di progressione.

Perché sia sicura è però indispensabile rispettare il programma dei controlli. Nello studio Canary PASS, che ha incluso oltre 2.100 pazienti prevalentemente con malattia a rischio favorevole, circa la metà era ancora libera da progressione o trattamento a 10 anni e meno del 2% aveva sviluppato metastasi. Il passaggio al trattamento dopo un periodo di sorveglianza non risultava associato a esiti peggiori rispetto al trattamento effettuato più precocemente nei pazienti che successivamente ne avevano avuto indicazione (Newcomb et al., 2024).

La sorveglianza attiva, tuttavia, non è appropriata per tutti i tumori della prostata e non deve essere confusa con l’assenza di controlli.

Dopo l’intervento chirurgico o la radioterapia avrò sicuramente incontinenza o problemi sessuali?

No, ma entrambe le terapie possono causare conseguenze funzionali che è importante discutere prima del trattamento.

Dopo prostatectomia radicale i problemi più caratteristici sono l’incontinenza urinaria e la disfunzione erettile, la cui probabilità dipende, tra l’altro, dall’età, dalla funzione precedente all’intervento, dall’estensione del tumore e dalla possibilità di preservare i nervi coinvolti nell’erezione. Dopo radioterapia possono manifestarsi disturbi urinari, intestinali e sessuali; alcuni possono comparire gradualmente o persistere a lungo termine.

Uno studio con follow-up fino a 12 anni ha confermato che prostatectomia e radioterapia sono associate a un incremento delle complicanze urinarie e sessuali rispetto agli uomini non sottoposti a trattamento. Il tipo e la frequenza degli effetti differiscono però considerevolmente tra i pazienti e tra le diverse modalità terapeutiche (Unger et al., 2024).

Incontinenza e disfunzione erettile non devono essere considerate problemi da “sopportare”: riabilitazione del pavimento pelvico, farmaci e altre strategie terapeutiche possono essere valutati con l’urologo in funzione del problema specifico.

Dopo il trattamento potrò ancora avere rapporti sessuali? E potrò avere figli?

Il cancro alla prostata e soprattutto i suoi trattamenti possono modificare la funzione sessuale, ma una diagnosi di tumore della prostata non equivale automaticamente alla perdita definitiva della sessualità.

La prostatectomia radicale può compromettere l’erezione e determina generalmente assenza di eiaculazione, perché vengono rimosse la prostata e le vescicole seminali e viene interrotta la normale via del liquido seminale. La radioterapia può invece provocare una riduzione progressiva della funzione erettile e modificazioni dell’eiaculazione. Anche la terapia di deprivazione androgenica può ridurre significativamente desiderio sessuale e funzione erettile.

Gli effetti a lungo termine sulla funzione sessuale sono documentati sia dopo chirurgia sia dopo radioterapia (Unger et al., 2024).

Se si desiderano figli biologici, la questione della fertilità dovrebbe essere affrontata prima di prostatectomia, radioterapia o determinate terapie sistemiche, perché può essere opportuno discutere la crioconservazione del liquido seminale. La gestione dei problemi sessuali dopo il trattamento può comprendere farmaci per la disfunzione erettile e altre strategie di riabilitazione, da valutare individualmente.

Quali controlli sono importanti durante una terapia ormonale?

La terapia di deprivazione androgenica (androgen deprivation therapy, ADT) riduce l’azione degli androgeni ed è fondamentale in numerose fasi del trattamento del tumore della prostata, ma può produrre effetti che coinvolgono tutto l’organismo.

Possono comparire vampate di calore, riduzione della libido, disfunzione erettile, stanchezza, perdita di massa muscolare, incremento della massa grassa e alterazioni metaboliche. Particolare attenzione deve essere riservata a pressione arteriosa, peso, glicemia e profilo lipidico, soprattutto nei pazienti con fattori di rischio cardiovascolare preesistenti. È quindi opportuno che oncologo, urologo e medico di medicina generale condividano il controllo dei fattori di rischio cardiovascolare durante il trattamento (Solanki et al., 2024).

Il paziente non dovrebbe sospendere autonomamente la terapia in presenza di effetti indesiderati: molti di essi possono essere prevenuti, monitorati o trattati senza compromettere la terapia oncologica.

La terapia ormonale può indebolire le ossa? Devo prendere calcio o vitamina D?

Sì. La riduzione prolungata degli androgeni può accelerare la perdita di massa ossea, aumentare il rischio di osteoporosi e favorire le fratture. Può inoltre contribuire alla perdita di massa muscolare e alla cosiddetta obesità sarcopenica.

Per questo motivo, nei pazienti che ricevono ADT può essere indicata una valutazione della salute ossea, tenendo conto di età, durata prevista della terapia, precedenti fratture e altri fattori di rischio. In determinate situazioni possono essere utilizzati farmaci specifici per proteggere l’osso; nei pazienti con metastasi ossee alcuni farmaci possono inoltre ridurre il rischio di eventi scheletrici (Cursano et al., 2024).

Calcio, vitamina D o altri integratori non dovrebbero tuttavia essere assunti automaticamente o ad alte dosi senza una valutazione medica. L’eventuale integrazione deve essere adattata all’alimentazione, alle concentrazioni di vitamina D, alla funzione renale, al rischio di calcolosi e alle terapie concomitanti.

Quali sintomi devono indurmi a contattare rapidamente il medico o il pronto soccorso?

Un paziente con cancro alla prostata, soprattutto in presenza di malattia avanzata o metastatica, dovrebbe segnalare rapidamente la comparsa di sintomi nuovi, intensi o in rapido peggioramento.

Particolare attenzione richiede un dolore nuovo e persistente alla colonna vertebrale, soprattutto se associato a debolezza o perdita di sensibilità alle gambe, difficoltà a camminare, alterazioni della sensibilità o perdita del controllo di vescica e intestino. Questi sintomi possono indicare una compressione delle strutture nervose da metastasi vertebrali e rappresentano una possibile urgenza oncologica, perché un trattamento tempestivo può ridurre il rischio di danni neurologici permanenti (Esperança-Martins et al., 2023).

Anche improvvisa incapacità di urinare, sangue abbondante nelle urine, dolore osseo molto intenso o peggioramento rapido delle condizioni generali richiedono una valutazione medica tempestiva.

La presenza di un tumore della prostata significa che anche i miei figli o fratelli sono a rischio? Devo fare un test genetico?

Non tutti i tumori della prostata sono ereditari. Una parte dei pazienti presenta però varianti genetiche germinali che possono aumentare il rischio di malattia e, in alcuni casi, influire anche sulle scelte terapeutiche. Tra i geni più importanti figurano BRCA2, BRCA1 e alcuni geni coinvolti nella riparazione del DNA e nella sindrome di Lynch.

Il test genetico non è necessario indiscriminatamente in tutti i pazienti, ma assume particolare rilevanza in presenza di cancro alla prostata metastatico o ad alto rischio, diagnosi in età relativamente giovane, forte familiarità per tumore della prostata oppure storia familiare di tumori della mammella, ovaio, pancreas o altre neoplasie compatibili con sindromi ereditarie.

L’identificazione di una variante germinale può avere conseguenze sia per il trattamento del paziente sia per i familiari biologici, che potranno eventualmente ricevere una consulenza genetica e valutare controlli appropriati. Per questo motivo l’interpretazione del test dovrebbe essere accompagnata da un’adeguata consulenza genetica (Mehra et al., 2023).

Dopo una diagnosi di cancro alla prostata posso continuare a fare attività fisica e condurre una vita normale?

Nella maggior parte dei casi sì, adattando però l’attività alla fase della malattia e alla terapia ricevuta. L’esercizio fisico può essere particolarmente importante durante la terapia ormonale, perché aiuta a contrastare perdita di massa e forza muscolare, incremento del grasso corporeo e parte delle conseguenze metaboliche associate alla deprivazione androgenica.

Il mantenimento di un peso adeguato, l’attività fisica regolare e il controllo di pressione arteriosa, glicemia e lipidi assumono particolare importanza nei pazienti sottoposti ad ADT, nei quali deve essere considerato anche il rischio cardiovascolare (Solanki et al., 2024). La preservazione della massa muscolare è inoltre parte integrante della gestione della salute ossea e della composizione corporea durante il trattamento (Cursano et al., 2024).

In presenza di metastasi ossee l’attività deve invece essere personalizzata, perché alcune sedi possono essere esposte a rischio di frattura. In questi casi è opportuno concordare con l’équipe oncologica quali esercizi siano sicuri.

Nel complesso, una diagnosi di tumore della prostata non implica necessariamente una drastica limitazione delle normali attività. L’obiettivo della gestione moderna è controllare la malattia preservando per quanto possibile qualità di vita, autonomia, funzione sessuale, salute cardiovascolare, muscolare e ossea.


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