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Colite Ulcerosa

Diagnosi


         

Come si diagnostica la Colite Ulcerosa?

Gli esami disponibili per diagnosticare la colite ulcerosa (o rettocolite ulcerosa) comprendono:

La visita medica consente di verificare se il quadro clinico del paziente (sintomatologia e anamnesi personale e familiare) sia compatibile con un’eventuale diagnosi di colite ulcerosa. La presenza di sangue nelle feci, urgenza, aumento e frequenza delle defecazioni, tenesmo, dolori addominali, incontinenza e necessità di andare in bagno di notte sono sintomi che devono indurre il sospetto di colite ulcerosa.

I test di laboratorio e le indagini strumentali servono per confermare la diagnosi clinica ed escludere altre forme di colite quali colite infettiva, ischemica, da farmaci o malattia diverticolare o altre malattie con sintomatologia clinica simile come la malattia di Crohn, la sindrome dell’intestino irritabile, la gastroenterite infettiva, la diarrea del viaggiatore, la celiachia, la pancreatite, e il tumore del colon retto (Rugarli, 2015; National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney – NIDDK, 2014).

Deve essere tenuto presente comunque che in circa il 10-15% dei pazienti con infiammazione cronica intestinale non è possibile arrivare ad una diagnosi di colite ulcerosa o malattia di Crohn. Per questi pazienti si parla di colite indeterminata. In circa la metà dei casi la colite indeterminata porta a sviluppare colite ulcerosa o, meno frequentemente, la malattia di Crohn (Rugarli, 2015).

I test di laboratorio comprendono l’esame del sangue e delle feci. Con l’esame del sangue si verifica l’eventuale presenza di anemia e infiammazione sistemica e si determina il profilo delle proteine plasmatiche che nei pazienti con colite ulcerosa è frequentemente caratterizzato da ipoalbuminemia (ridotti livelli di albumina, la principale proteina del sangue). La ricerca di particolari anticorpi (test sierologici) può indirizzare la diagnosi verso le malattie infiammatorie intestinali: circa l’80% dei pazienti infatti è positivo per gli anticorpi pANCA (anticorpi anti-citoplasma dei neutrofili con colorazione perinucleare), ASCA (anticorpi anti-S. cerevisiae), CBir1 (anticorpi anti-flagellina) e OmpC (anticorpi anti-membrana plasmatica esterna). Nei pazienti con colite ulcerosa prevalgono gli anticorpi pANCA, mentre le altre tipologie di anticorpi prevalgono nella malattia di Crohn (Plevy et al., 2013).

Con l’esame delle feci è possibile escludere alcune delle cause che potrebbero dare una sintomatologia gastrointestinale simile alla colite ulcerosa (ad esempio infezione da C. difficile, Campylobacter, Yersinia, Salmonella, Shigella, etc.). Inoltre nel sangue e nelle feci possono essere presenti proteine che svolgono il ruolo di indicatori (biomarcatori) di infiammazione. In particolare nel sangue viene determina la proteina C reattiva, mentre nelle feci la calprotectina.

La proteina C reattiva o PCR è una proteina sintetizzata nel fegato la cui concentrazione aumenta in caso di infiammazione sistemica (infezione batteriche, traumi). Nello studio IBSEN, in cui sono stati seguiti pazienti con colite ulcerosa per circa 10 anni, i livelli di PCR erano più alti nei pazienti con malattia più estesa alla diagnosi e valori superiori a 10 mg/L ad un anno dalla diagnosi erano predittivi di intervento chirurgico nei successivi 4 anni. Nello studio, comunque, circa il 70% dei pazienti alla diagnosi presentava PCR normale e non è stata evidenziata correlazione tra PCR e rischio di riacutizzazione della malattia (circa la metà dei pazienti in corso di riacutizzazione presentava PCR nella norma). La PCR potrebbe essere utilizzata come indicatore di risposta al trattamento: nei pazienti trattati con infliximab che mostrano normalizzazione dei valori di PCR, il rischio di riacutizzazione della malattia è risultato inferiore (Iwasa et a., 2015).

La calprotectina fecale è un biomarcatore utilizzato sia nella diagnosi di colite ulcerosa sia nel monitoraggio della malattia. Si tratta di una proteina ad azione antibatterica la cui concentrazione è correlata al grado di infiammazione intestinale. Valori superiori a 100 mg/L sono indicativi di malattia organica e consentono di distinguere le malattie infiammatorie croniche intestinali dalla sindrome dell’intestino irritabile; valori =/< a 40 mcg/g escludono una malattia infiammatoria cronica intestinale in un paziente con sintomatologia da sindrome dell’intestino irritabile. Per quanto riguarda il monitoraggio in caso di colite ulcerosa, alcuni studi clinici hanno evidenziato un’associazione tra mantenimento dei valori di calprotectina fecale sotto la soglia di normalità e bassa probabilità di riacutizzazione della malattia e viceversa, valori di calprotectina normalmente alti sono risultati associati ad un aumento del rischio di riacutizzazione (D’Incà et al., 2008). E’ stato messo in evidenza anche che per la valutazione della calprotectina fecale due misurazioni consecutive sono preferibili ad una sola misurazione.

La sigmoidoscopia e la colonscopia sono i due esami endoscopici utilizzati nella diagnosi di colite ulcerosa. Con il primo si osserva lo stato del retto e del sigma, la parte terminale del colon discendente; con il secondo tutto il colon. L’esame endoscopico permette di verificare lo stato della mucosa (infiammazione, ulcere, polipi) e di prelevare piccoli campioni di tessuto (biopsia) da analizzare al microscopio.

La cromoendoscopia consente di rilevare alterazioni della mucosa intestinale non rilevabili con l’endoscopia standard. In genere serve per evidenziare lesioni precancerose o cancerose in fase iniziale. La tecnica si avvale dell’uso di coloranti che immessi nel lume intestinale sono assorbiti dalle cellule della mucosa rendendo più evidente per contrasto (in eccesso o in difetto, dipende dal colorante) la struttura del tessuto.