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Scompenso Cardiaco

Farmaci e terapie


         

Quali farmaci per lo Scompenso Cardiaco?

La terapia sintomatica è rivolta al miglioramento dei sintomi e della prognosi dello scompenso cardiaco. A tal proposito, tre grandi categorie di farmaci agiscono in entrambi i sensi: ACE inibitori, beta bloccanti e sartani (anche noti come antagonisti del recettore per l’angiotensina II). I primi, inibitori dell’enzima di conversione, “spengono” l’attivazione del sistema renina-angiotensina-aldosterone, riducendo la ritenzione idrosalina e la vasocostrizione. I secondi, i beta bloccanti, modulano l’attività del sistema nervoso simpatico, migliorando la performance cardiaca. I sartani, antagonisti dei recettori dell’angiotensina II, hanno effetti che contrastano il sistema renina-angiotensina-aldosterone, similmente agli ACE inibitori. Vi sono, poi, farmaci vasodilatatori, quali i nitrati (nitroglicerina, isosorbide dinitrato), i diuretici (tiazidici, diuretici dell’ansa e diuretici risparmiatori di potassio), la digitale (farmaco ad azione inotropa positiva) e l’ivabradina (blccante della corrente del calcio, If) che agiscono migliorando la sintomatologia, ma non hanno grande impatto sulla prognosi dello scompenso cardiaco.

Collateralmente, vengono utilizzati anche farmaci che hanno evidenziato benefici nella prevenzione e nella correzione dei fattori di rischio cardiovascolare.Tra di essi ricordiamo le statine, un gruppo di farmaci che serve a ridurre il colesterolo; gli acidi grassi omega 3, vantaggiosi soprattutto nei pazienti già in terapia con ACE inibitori, beta bloccanti e diuretici risparmiatori di potassio; anticoagulanti e antiaggreganti orali e bloccanti della renina (aliskiren) i cui benefici non sono stati, tuttavia, dimostrati (Ponikowski et al., 2016; Opie, Gersh, 2009; Yancy et al., 2016)

Altri approcci terapeutici, che vanno ad aggiungersi a quelli farmacologici per la terapia dello scompenso cardiaco, sono i dispositivi di cardioversione impiantabili, che controllano il rischio di insorgenza di aritmie, soprattutto nei pazienti ad elevato rischio. Si tratta di apparecchi che vengono posizionati al di sotto della cute e che controllano il ritmo del cuore e prevengono, soprattutto, le fibrillazioni ventricolari. Le linee guida attuali sullo scompenso cardiaco raccomandano questo approccio nei pazienti in cui la terapia farmacologica massimale non ha dato miglioramento della frazione di eiezione (cioè della quantità di sangue pompata dal cuore ad ogni sistole) dopo 3 mesi (Ponikowski et al., 2016).

Un altro metodo non farmacologico utile per alcuni pazienti con scompenso cardiaco è la resincronizzazione cardiaca (CRT). Questo approccio ha dimostrato di poter migliorare la qualità di vita riducendo i sintomi dello scompenso cardiaco, aumentando la tolleranza allo sforzo e consentendo a molti pazienti di ricominciare a svolgere varie attività abituali. A differenza dei pacemaker convenzionali, che agiscono solo sul ventricolo di destra, la resincronizzazione cardiaca (CRT) prevede che entrambi i ventricoli siano stimolati. Questo conduce ad un miglioramento dell’attività coordinata delle due camere del cuore, con il risultato di migliorare l’espulsione del sangue e la congestione polmonare.
I criteri principali per l’impianto di tali dispositivi sono (Ponikowski et al., 2016; Opie, Gersh, 2009; Yancy et al., 2016):

Farmaci utilizzati nel trattamento dello scompenso cardiaco
Riportiamo di seguito, in sintesi, i farmaci più utilizzati nel trattamento dello scompenso cardiaco (in corsivo le specialità medicinali disponibili in Italia) (Ponikowski et al., 2016; Protocollo Clinico Scompenso Cardiaco, 2017):

ACE-inibitori

Beta-bloccanti

Digitale

Diuretici antagonisti dell’aldosterone

Diuretici dell’ansa

Diuretici tiazidici

Diuretici risparmiatori di potassio

Inibitori del canale If

Nitrati

Sartani