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Aripiprazolo

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Farmacologia - Come agisce Aripiprazolo?

L’aripiprazolo è un antipsicotico atipico di seconda generazione, approvato nel 2002 negli USA e dal 2005 disponibile in Italia. Agisce come agonista parziale sul recettore dopaminergico D2 e serotoninergico 5-HT1A (da cui l’attribuzione per questa molecola di “stabilizzatore” del sistema dopamino-serotoninergico) e come antagonista sul recettore serotoninergico 5-HT2A. Le molecole che si comportano come agonisti parziali mostrano un effetto concentrazione-dipendente: quando la concentrazione di neurotrasmettitore è alta si comportano come antagonisti recettoriali, quando la concentrazione invece è bassa, si comportano da agonisti recettoriali. Nel caso della dopamina, questo significa evitare l’ipereattività (via mesolimbica) da un lato, ovvero allucinazioni e deliri paranoidi, e dall’altro l’iporeattività (corteccia prefrontale), ovvero anedonia e assenza motivazionale. A questo si aggiuge uno scarso effetto degli agonisti parziali nelle aree dove i livelli di dopamina sono fisiologici, che si traduce, nel caso dell’aripiprazolo, in un minor incidenza di effetti extrapiramidali e di iperprolattinemia.

In vitro, l’aripiprazolo ha evidenziato elevata affinità per i recettori dopaminergici D2 (Ki: 0,34 nM) e D3 (Ki: 0,8 nM), serotoninergici 5-HT1A (Ki: 1,7 nM) e 5-HT2A (Ki: 3,4 nM); moderata affinità verso il recettore dopaminergico D4 (Ki: 44 nM), i recettori serotoninergici 5-HT2C (Ki: 15, nM) e 5-HT7 (Ki: 39 nM), il recettore alfa1 adrenergico (Ki: 57 nM), il recettore dell’istamina H1 (Ki: 61 nM) e verso il sito di ricaptazione della serotonina (Ki pari a 98 nM); non possiede affinità verso il recettore colinergico muscarinico (IC50 >1000nM).

Il recettore 5-HT1A è un autorecettore, la sua stimolazione determina l’inibizione del rilascio di serotonina e successiva inibizione del rilascio di dopamina nella corteccia prefrontale: una riduzione dei livelli di dopamina in quest’area della corteccia è responsabile dei sintomi negativi della schizofrenia. Gli agonisti parziali del 5-HT1A, come l’aripiprazolo, aumentano la concentrazione di dopamina nella corteccia prefrontale. Inoltre, l’attività di agonismo parziale su questa sottoclasse di recettori serotoninergici è correlato un effetto ansiolitico.

L’attività antagonista 5-HT2A è associata a miglioramento dei sintomi positivi e affettivi della schizofrenia e sullo sviluppo dei sintomi collaterali extrapiramidali (Pancheri, Tarsitani, 2005).

Schizofrenia in pazienti adulti
In caso di schizofrenia acuta, l’aripiprazolo (15, 20, 30 mg/die) ha mostrato efficacia terapeutica nel migliorare la sintomatologia, valutata con la scala PANSS (Positive and Negative Syndrome Scale) e CGI (Clinical Global Impression). Nei trial clinici, l’aripiprazolo ha mostrato efficacia terapeutica simile a quella di risperidone e aloperidolo. Nel trattamento acuto (esacerbazione della malattia schizofrenica aripiprazolo (20 e 30 mg/die) e risperidone (6 mg/die) hanno miglioramento il punteggio totale della scala di valutazione PANSS e della sottoscala dei sintomi positivi già dopo una settimana di terapia (discostamento dal placebo), ma solo aripiprazolo ha migliorato anche il punteggio della sottoscala PANSS dei sintomi negativi (miglioramento dei sintomi negativi più rapido con aripiprazolo rispetto a risperidone). Dal punto di vista della tollerabilità, l’incidenza e l’entità della sintomatologia extrapiramidale e del prolungamento dell’intervallo QTc sono risultati sovrapponibili nel gruppo trattato con aripiprazolo e in quello placebo. La prolattina sierica è diminuita con aripiprazolo e aumentata di 5 volte con risperidone, rispetto al placebo. L’influenza dei due farmaci sull’incremento del peso corporeo è stata simile (Potkin et al., 2003).

In caso di schizofrenia cronica, l’aripiprazolo è risultato superiore al placebo nel mantenere sotto controllo il paziente. In uno studio della durata di 26 settimane, la percentuale di pazienti schizofrenici (DSM-IV) che non ha evidenziato ricadute (schizofrenia cronica stabile) è stata significativamente più elevata con aripiprazolo (57%) rispetto al placebo (34%), con un rischio relativo di ricaduta, nel gruppo trattato pari a 0,59. In questo trial, aripiprazolo (15 mg/die) è risultato più efficace del placebo nel migliorara i punteggi della scala PANSS totale, PANSS positiva e CGI-S (Clinical Global Impressions-Severity of Illness); non sono stati evidenziati iperprolattinemia e prolungamento dell’intervallo QTc; incidenza ed entità dei sintomi extrapiramidali sono stati sovrapponibili nei due gruppi di trattamento (Pigott et al., 2003).

L’efficacia terapeutica di aripiprazolo (30 mg/die) nelle forme croniche di schizofrenia è risultata simile a quella di olanzapina (15 mg/die): il miglioramento dell’attività cognitiva si è manifestata a partire dall’ottava settimana di terapia ed è stata mantenuta per tutta la durata del trial (26 settimana). Simili esiti clinici sono stati osservati anche dal confronto tra aripiprazolo (30 mg/die) e aloperidolo (10 mg/die). Con entrambi i farmaci, l’endpoint principale – riduzione del 20% nel punteggio totale PANSS – è stato ottenuto in percentuali di pazienti analoghe (durata del trial: 52 settimane). Il tempo intercorso prima di sospendere la terapia farmacologica è stato maggiore con aripiprazolo rispetto ad aloperidolo considerando come cause “qualsiasi motivo”, “effetti collaterali” e “mancanza di efficacia terapeutica”. Inoltre, l’aripiprazolo è stato associato ad una minore incidenza o gravità di sintomi extrapiramidali rispetto al farmaco di confronto (Kasper et al., 2003).

La maggiore tollerabilità di aripiprazolo rispetto ad aloperidolo è stato confermata anche in un altro trial nel quale l’aloperidolo è stato associato ad una più alta incidenza di akatisia, sindrome extrapiramidale, sonnolenza e iperprolattinemia (aripiprazolo ha un effetto inferiore sui livelli di prolattina rispetto alla maggior parte degli antipsicotici perché si comporta da agonista dopaminergico sulle cellule dell’adenoipofisi che producono l’ormone, quindi come la dopamina ha un effetto inibitorio) (Taylor, 2003). L’incremento di peso corporeo (+0,71 vs +0,56 kg, rispettivamente con aripiprazolo e aloperidolo) e l’influenza sulla durata dell’intervallo QT (nessun effetto) invece è stata simile per i due famaci (Marderet al., 2003).

Disturbo bipolare di tipo I in pazienti adulti
In uno studio della durata di 3 settimane, l’aripiprazolo a dosaggio fisso non ha evidenziato efficacia superiore a placebo nel trattamento di pazienti con un episodio maniacale o misto. In altri studi della stessa durata, il farmaco, a dosaggio flessibile, è risultato invece superiore al placebo nella riduzione dei sintomi maniacali in pazienti con o senza sintomi psicotici e con o senza cicli rapidi (riduzione maggiore o uguale al 50% del punteggio della Young Mania Rating Scale: 40% vs 19% la terza settimana di terapia, rispettivamente con aripiprazolo, dose media di 27,9 mg/die, e placebo) (Kech et al., 2003).

In due studi della durata di 12 settimane, l’aripiprazolo è risultato più efficace del placebo a partire dalla 3a settimana, mantenendo un’efficacia paragonabile a litio e paragonabile o superiore ad aloperidolo a 12 settimane (Vieta et al., 2005). Inoltre la percentuale dei pazienti in remissione dalla sintomatologia maniacale è risultata sovrapponibile a quella dei due farmaci di confronto. L’associazione di aripiprazolo con litio o valproato ha evidenziato un’efficacia nella riduzione dei sintomi maniacali superiore a quella riscontrata con litio o valproato in monoterapia.

In uno studio della durata di 26 settimane, seguito da una fase di estensione di 74 settimane, l’aripiprazolo ha mostrato maggior efficacia del placebo nel prevenire la ricaduta della fase maniacale, ma non di quella depressiva (Keck et al., 2007 e 2006). Questo studio - su cui si è basata l’autorizzazione dell’agenzia regolatoria USA per l’aripiprazolo come terapia di mantenimento per il disturbo bipolare - presenta alcune criticità: durata insufficiente (per verificare l’efficacia come terapia di mantenimento lo studio avrebbe dovuto avere una durata almeno di 16-18 mesi per la storia naturale delle ricadute del disturbo bipolare); bias di selezione del campione; percentuale ridotta di pazienti che hanno terminato la parte di estensione dello studio di 74 settimane (Regione Emilia Romagna – Commissione Regionale del Farmaco, 2011).

Schizofrenia in pazienti pediatrici
L’aripiprazolo è risultato superiore al placebo nel trattamento della schizofrenia acuta in ragazzi adolescenti (13-17 anni). La somministrazione dell’antipsicotico (10 e 30 mg/die) ha indotto un miglioramento statisticamente significativo rispetto al placebo del punteggio della scala PANSS (Positive and Negative Syndrome Scale), che valuta i sintomi positivi e negativi con cui si manifesta questa malattia (esito clinico principale). Gli eventi avversi con incidenza superiore al 5% dei pazienti e con un’incidenza combinata almeno doppia rispetto al placebo sono stati i disturbi extrapiramidali, la sonnolenza e il tremore. La variazione media dei livelli di prolattina è risultata pari a -8,45 ng/ml vs -11,93 ng/ml vs -15,14 ng/ml rispettivamente con placebo, aripiprazolo 10 mg/die e 30 mg/die; la variazione media del peso corporeo è risultata -0,8 vs 0,0 vs 0,2 kg rispettivamente con placebo, aripiprazolo 10 mg/die e 30 mg/die (Findling et al., 2008).

In uno studio di confronto, aripiprazolo e paliperidone a rilascio prolungato hanno evidenziato efficacia sovrapponibile nel trattare l’episodio acuto schizofrenico nella popolazione padiatrica. Entrambi i farmaci sono stati somministrati a dosi flessibili (aripiprazolo: 5, 10 e 15 mg/die; paliperidone: 3, 6 e 9 mg/die). Considerando responsivi al trattamento i pazienti che ottenevano, rispetto al basale, almeno il 20% di riduzione del punteggio della scala PANSS, dopo 8 settimane di terapia la differenza tra i tassi di risposta non è risultata statisticamente significativa (69,7% vs 76,3% rispettivamente paliperidone e aripiprazolo, p =0,119). Nel gruppo trattato con aripiprazolo gli eventi avversi più frequenti (>10% dei paienti) sono stati un peggioramento della schizofrenia e sonnolenza; con paliperidone, akatisia, cefalea, sonnolenza, tremore e aumento di peso. Prolungando la terapia farmacologica per ulteriori 18 settimane (terapia di mantenimento) è stato osservato un leggero aumento della risposta terapeutica, senza però una differenza significativa tra i due farmaci (76,8% vs 81,6%, rispettivamente paliperidone e aripiprazolo, p =0,444) (Savitz et al., 2015).

Nessuna differenza in termini di efficacia terapeutica è stata osservata anche tra aripiprazolo e quetiapina a rilascio prolungato nel trattamento della psicosi in pazienti pediatrici. Nello studio randomizzato, in doppio cieco, multicentrico, della durata di 12 settimane, i pazienti arruolati avevano un’età compresa tra 12 e 17 anni e diagnosi di disturbo dello spettro schizofrenico, disturbo delirante, disturbo psicotico dello spettro affettivo. L’esito clinico principale era rappresentato dalla variazione del punteggio PANSS positivo: tale variazione non ha presentato una differenza statisticamente significativa nei due gruppi di trattamento al termine dello studio e in entrambi i gruppi è andata diminuendo nel tempo. Le differenze osservate tra i due antipsicotici hanno riguardato essenzialmente il profilo di tollerabilità: la quetiapina ha avutoun impatto maggiore sul metabolismo (aumento ponderale e resistenza all’insulina), mentre l’aripiprazolo è risultato associato ad una maggior incidenza di acatisia iniziale (la differenza tra i due farmaci era significativa dopo 2 settimane di terapia, 60% vs 30%, ma non successivamente) e di sedazione. Altri effetti avversi sono stati tremore (91% vs 79% rispettivamente con aripiprazolo e quetiapina), sonnolenza (71% vs 92%), capogiri da ortostatismo (81% vs 78%), depressione (77% vs 80%), tensione/inquetudine interiore (88% vs 69%), deficit di memoria (77% vs 76%) (Pagsberg et al., 2017).

L’aripiprazolo è stato impiegato con successo nel trattamento della schizofrenia catonica in due ragazzi di 15 anni (Kirino, 2010; Strawn et al., 2007). La schizofrenia catonica - gli episodi schizofrenici possono durare settimane - è caratterizzata da immobilità, mutismo, rigidità motoria, ripetizione continua di parole o frasi (ecolalia), imitazione dei movimenti di altre persone (ecoprassia).

Disturbo bipolare di tipo I in pazienti pediatrici
Si stima che la prevalenza del disturbo bipolare nella popolazione pediatrica mondiale si attesti attorno al 2% (Van Meter et al., 2011). Inoltre, almeno un terzo dei pazienti adulti con disturbo bipolare hanno manifestato i primi sintomi prima dei 18 anni. Rispetto al disturbo bipolare ad esordio tardivo, la forma ad esordio precoce, in eta pediatrica, è caratterizzata da esiti psicosociali peggiori, incluso una più elevata ciclicità degli episodi maniacali/depressivi e un rischio maggiore di abuso di sostanza e tentato suicidio.

In uno studio in doppio cieco, placebo-controllato in cui sono stati arruolati ragazzi di età cpmpresa tra 10 e 17 anni (296 pazienti) con disturbo bipolare di tipo I, con episodi maniacali o misti, con o senza manifestazioni psicotiche, la somministrazione di aripiprazolo (10 e 30 mg/die) ha determinato un significativo miglioramento del punteggio della Young Manina Rating Scale (YMRS) già dopo la prima settimana di terapia. Dopo 4 settimane, la risposta terapeutica (riduzione ≥50% del punteggio YMRS) era stata raggiunta dal 44,8% vs 63,6% vs 26,1% dei pazienti rispettivamente trattati con aripiprazolo 30 mg/die, aripiprazolo 10 mg/die e placebo. Da un punto di vista clinico, queste percentuali corrispondono ad un numero di pazienti da trattare per evitare un episodio maniacale (NNT, Number Need to Treat) di 3 e 5 rispettivamente con la dose più alta e più bassa di aripiprazolo rispetto al placebo (Kirino, 2014; Youngstrom et al., 2013). Gli effetti avversi più frequenti associati all’aripiprazolo sono stati disturbi extrapiramidali e sonnolenza. L’aumento di peso è risultato sovrapponibile tra i ragazzi trattati con il farmaco o il placebo (Findling et al., 2009). Nell’estensione in doppio cieco dello studio (26 settimane), i miglioramenti del punteggio YMRS sono stati statisticamenti più alti (p <0,001) con le due dosi di aripiprazolo rispetto al placebo nell’ultima misurazione specificata nel protocollo dello studio (12esima settimana). Entrambe le dosi di aripiprazolo sono risultate superiori rispetto al placebo nel tasso di risposta e nei punteggi complessivi e specifici per la mania della scala Children’s Global Assessment of Functioning and Clinical Global Impressions-Bipolar severity. Gli eventi avversi più comuni sono stati disturbi extrapiramidali, sonnolenza e cefalea (Findling et al., 2013). In un’analisi successiva, è emerso come il miglioramento più evidente del punteggio YMRS associato all’aripiprazolo avesse interessato tre sintomi: l’irritabilità, l’aggressività e l’ipereccitazione motoria (Mankososki et al., 2013).

Nei ragazzi (8-17 anni) con disturbo bipolare e adhd (disturbo da deficit di attenzione e iperattività), la somministrazione di aripiprazolo (6 settimane) è associata ad un maggior tasso di risposta e remissione, rispetto al placebo, per i sintomi bipolari (CGI-Severity score, YMRS score e Child Mania Rating Scale:Parenteral Version), ma non per i sintomi di depressione e adhd. Nello studio clinico gli eventi avversi più comuni sono stati scialorrea e sonnolenza (Tramontina et al., 2009).

In una meta-analisi che ha preso in considerazione aripiprazolo, olanzapina, quetiapina e risperidone vs placebo, non sono emerse differenze in termini di efficacia terapeutica tra gli antipsicotici. Dal punto di vista della tollerabilità l’aripiprazolo ha registrato aumenti di peso inferiori a olanzapina e quetiapina e minori aumenti dei livelli di prolattina rispetto a olanzapina, quetiapina e risperidone (Uttley et al., 2013).

Irritabilità associata a disturbo autistico in pazienti pediatrici
Due studi clinici placebo controllati, della durata di 8 settimane, hanno confermato l’efficacia a breve termine dell’aripiprazolo nel migliorare l’irritabilità, l’ipereattività e la tendenza ad assumere atteggiamenti ripetitivi nei bambini e ragazzi con disturbo dello spettro autistico (Marcus et al., 2009; Owen et al., 2009). L’assunzione dell’antipsicotico ha comportato un maggior rischio di incremento del peso corporeo (incremento medio di 1,13 kg vs pacebo), sedazione, tremore e perdita di saliva. Sul lungo periodo l’aripiprazolo tende a perdere efficacia: in uno studio randomizzato, placebo-controllato, la differenza del tasso di recidiva con aripiprazolo o placebo non è risultata statisticamente significativa (Findling et al., 2014). In uno studio osservazionale, di sorveglianza post-marketing, condotto in Giappone in ragazzi di età compresa tra 6 e 17 anni, dopo 52 settimane la percentuale di pazienti ancora in terapia con aripiprazolo era pari al 78,1%. Più di un quinto dei pazienti (22,7%) ha manifestato almeno un evento avverso, di cui i più comuni sono stati sonnolenza (9,4%) e aumento ponderale (3,3%) (Sugimoto et al., 2021).

Sebbene l’aripiprazolo sia approvato negli USA per il trattamento dell’irritabilità/aggressività associatate al disturbo dello spetto autistico nei bambini a partire dai 6 anni di età, alcuni dati clinici preliminari suggeriscono un’efficacia del farmaco anche in bambini più piccoli (Alsayouf et al., 2021).

Adhd
In uno studio pilota in aperto, in bambini di età compresa tra 8 e 12 anni con diagnosi di adhd, disturbo da deficit di attenzione e iperattività, l’aripiprazolo (dose media di 6,7 mg/die per 6 settimane) è risultato efficace nel migliorare la sintomatologia adhd e gli esiti di funzionalità senza effetti negativi sulle capacità cognitive. Le misure di esito hanno incluso i punteggi adhd Rating Scale-IV, Clinical Global Impressions Scale, Children’s Global Assessment Scale; sono stati inoltre valutati vigilanza/attenzione/impulsività tramite il Continuous Performance Test II, la capacità di controllare l’impulsività con lo Stroop Color World Test e l’apprendimento con il Reading and Math Fluency subscales of the Woodcock-Johnson III Tests of Achievement. Nello studio gli eventi avversi riportati con maggior frequenza sono stati sedazione (78,3% dei pazienti) e mal di testa (47,8%) (Findling et al., 2008a).

Sindrome di Tourette in pazienti pediatrici
La sindrome di Tourette è un disturbo cronico con esordio in età pediatrica caratterizzato dalla comparsa di tic motori/vocali e accompagnato da comportamenti di tipo ossessivo-impulsivo.La terapia di riferimento si basa sull’impiego di farmaci antidopaminergici che, benché offrano un buon controllo dei sintomi, spesso comportano eventi avversi che riducono l’aderenza alla terapia. L’aripiprazolo ha evidenziato in due studi clinici randomizzati controllati e in studi in aperto efficacia terapeutica e tollerabilità.

Nel primo studio randomizzato, placebo-controllato, della durata di 10 settimane, condotto in Corea del Sud, i pazienti (6-18 anni) sono stati trattati con dosi flessibili di aripiprazolo, iniziando con 2 mg/die fino ad un massimo di 20 mg/die, dipendentemente dalla gravità dei tic e dalla tollerabilità al farmaco. Il punteggio medio Total Tic Score (TTS) della scala di riferimento (Yale Global Tic Severity Scale, YGTSS) era pari a 29 al basale. Al termine dello studio, il punteggio TTS era diminuito di 15 punti nel gruppo trattato con aripiprazolo e di 9,6 punti nel gruppo placebo (differenza statisticamente significativa). Considerando la tipologia di tic, il farmaco è risultato superiore al placebo per i tic vocali, ma non per quelli motori. In termini di tollerabilità, il 75% dei pazienti trattati con aripiprazolo ha manifestato almeno un evento avverso contro il 71% del gruppo placebo. Gli effetti avversi riportati con frequenza più alta sono stati nausea, cefalea, sedazione, sonnolenza e rinofaringite. Nel gruppo trattato con l’antipsicotico è stato riportato un tasso maggiore di incremento del peso corporeo e di indice di massa corporea, ma non di disglicemia o ipercolesterolemia (Yoo et al., 2013).

Analoghi risultati sono emersi in un altro studio placebo-controllato, multicentrico, di 8 settimane, condotto in USA, Canada, Ungheria e Italia, in pazienti (età: 7-17 anni) con sindrome di Tourette. Al termine dello studio il punteggio TSS della scala YGTSS, esito clinico principale, era diminuito e la differenza rispetto al placebo statisticamente significativa. Inoltre il 69% dei pazienti trattati con aripiprazolo a basso dosaggio (5-10 mg/die) e il 74% di quelli trattati con dosaggio più elevato (10-20 mg/die) hanno evidenziato un miglioramento del punteggio della scala Clinical Global Impression-Tourette’s Syndrome “molto buono” o “decisamente molto buono” rispetto al 38% nel gruppo placebo. In questo studio gli effetti aversi più comuni sono stati in linea con studi precedenti: sedazione (18,2% vs 8,9% vs 2.3% rispettivamente con aripiprazolo a dosaggio basso, alto e placebo), sonnolenza (11,4% vs 15,6% vs 2,3%), fatigue (6,8% vs 15,6% vs 0%). Non sono stati riportati eventi avversi gravi o fatali (Sallee et al., 2017).

In uno studio di confronto con risperidone, della durata di 8 settimane, la titolazione della dose di aripiprazolo ha tenuto conto del peso corporeo dei pazienti. La dose media somministrata nel primo mese di terapia è stata di 3,22 mg/die, quella del secondo mese di 4,0 mg/die. Al termine dello studio entrambi i farmaci sono risultati efficaci nel ridurre i tic nervosi, sia vocali che motori nella popolazione pediatrica. La riduzione del punteggio TSS della scala YGTSS è risultata sovrapponibile per i due antipsicotici atipici. Con aripiprazolo gli eventi avversi più comuni sono stati sonnolenza (26%) aumento dell’appetito (26%) e riduzione dell’appetito (13%) (Ghanizadeh, Haghighi, 2014).

Gli studi in aperto che hanno valutato l’aripiprazolo nel trattamento dei tic nella popolazione pediatrica (10 studi clinici per un totale di 338 pazienti) hanno riportato una riduzione media del punteggio TTS del 49,1% (dati combinati di 8 studi clinici) e un tasso di abbandono per eventi avversi dell’11,0% (dati combinati dei 10 studi clinici) (Cox et al., 2016).

Una revisione sistematica che ha valutato 12 studi clinici (qualità generale degli studi piuttosto bassa) in cui l’aripiprazolo è stato confrontato con placebo o aloperidolo o tiapride, l’efficacia terapeutica nel trattamento dei tic associati alla sindrome di Tourette è risultata sostanzialmente sovrapponibile tra gli antipsicotici. La durata degli studi variava da 8 a 12 settimane e i pazienti arruolati avevano un’età compresa tra 4 e 18 anni. Gli eventi avversi segnalati sono stati sedazione (5,1-58%), aumento dell’appetito (3,2-25,8%), nausea (2-18,8%) e cefalea (2-16,1%) (Yang et al., 2015). Conferme di efficacia e tollerabilità sono emerse anche in un’altra metanalisi relativa a 10 studi clinici (età media: 11,6 anni; follow up medio: 9 settimane) (Liu et al., 2016).

Bruxismo
L’attività di parziale agonismo sui recettori dopaminergici (D2 e D3) dell’aripiprazolo può essere sfruttata per trattare il bruxismo indotto dagli antidepressivi SSRI e causato da una riduzione del tono dopaminergico prefrontale (Chen et al., 2005). Negli studi clinici l’aripiprazolo è stato utilizzato alla dose di 10 mg/die (bruxismo da fluoxetina e escitalopram) e alla dose inferiore di 2 mg/die (bruxismo da venlafaxina) (Oulis et al., 2012; Vijay Kumar et al., 2021). Alla dose di 2 mg/die l’aripiprazolo blocca circa il 70% dei recettori D2 postsinaptici, alla dose di 30 mg/die la percentuale di recettori occupati sale al 90-94% (Mace, Taylor, 2009). L’ipotesi proposta è che la quota di recettori che rimangono liberi rispondano meglio alla dopamina endogena per cui si verifica un potenziamento dell’attività dopaminergica nella corteccia prefrontale che determina l’attenuazione/scomparsa del bruxismo. A dosi elevate (30 mg/die), l’aripiprazolo, che occupa la maggior parte dei recettori dopaminergici, entra in competizione con la dopamina endogena. A livello della corteccia prefrontale, l’effetto complessivo è di antagonismo dopaminergico con possibile comparsa di bruxismo (Vijay Kumar et al., 2021). In un paziente con sindrome bipolare affettiva, la co-somministrazione di litio carbonato (1050 mg/die) e aripiprazolo (15 mg/die) ha determinato un aumento del 43% della concentrazione sierica di aripiprazolo con comparsa di bruxismo e sintomi extrapiramidali (Caykoylu et al., 2011).

Psicosi da Cannabis
Il consumo ripetuto di Cannabis a scopo ricreativo può indurre una sintomatologia psicotica, che per alcuni versi può essere considerata affine ai sintomi positivi della schizofrenia. In un caso studio, l’aripiprazolo (10 mg/die) è risultato efficace nel sopprimere completamente e a lungo la sintomatologia psicotica associata al consumo di Cannabis in un ragazzo di 22 anni a rischio molto elevato di psicosi (Rolland et al., 2013).