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Paroxetina

Seroxat, Daparox, Sereupin e altri

Farmacologia - Come agisce Paroxetina?


         

La paroxetina è un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina (SSRI) a livello centrale; chimicamente è un derivato fenilpiperidinico. La paroxetina possiede un'azione bilanciata sia sull'ansia sia sulla depressione ed un'elevata efficacia nel trattamento dei disturbi dell'attacco di panico. E' indicata anche nella depressione maggiore e nel disturbo ossessivo-compulsivo.

Fra gli SSRI, è la molecola con la maggiore attività anticolinergica, caratteristica che può venir sfruttata in forme depressive con importanti somatizzazioni a livello gastrointestinale (colon irritabile associato a disturbi dell'umore).

La terapia con gli SSRI non dovrebbe durare meno di 6-8 mesi (l'efficacia terapeutica inizia a manifestarsi dopo circa 2-3 settimane di terapia) e non più di 12-18 mesi, anche se in alcuni pazienti il trattamento può richiedere tempi maggiori.

La depressione dipende da alterazioni del sistema serotoninergico e/o adrenergico. La serotonina tramite la sostanza reticolare è implicata nella regolazione di fame e sazietà, veglia e sonno, temperatura corporea, comportamento sessuale e aggressività.

La paroxetina agisce inibendo la ricaptazione neuronale presinaptica della serotonina, incrementando, di conseguenza, i livelli intersinaptici del neurotrasmettitore e prolungandone l'attività a livello dei recettori postsinaptici (Dechant, Clissold, 1991). La stimolazione recettoriale provoca l'internalizzazione dei recettori beta-adrenergici post-sinaptici con riduzione del
numero dei recettori disponibili (fenomeno di down regulation).

In vitro, la selettività della paroxetina nell'inibire la ricaptazione di serotonina (rapporto CI50 noradrenalina/CI50 serotonina: 886) è superiore a amitriptilina (rapporto CI50 noradrenalina/CI50 serotonina: 1,7), a clomipramina (rapporto CI50 noradrenalina/CI50 serotonina: 15), a imipramina (rapporto CI50 noradrenalina/CI50 serotonina: 1,5) (Dechant, Clissold, 1991).

A differenza degli antidepressivi triciclici, la paroxetina ha dimostrato in vitro un'affinità trascurabile verso gli alfa-adrenocettori, il recettore dopaminergico D2, il recettore istaminergico H1; affinità debole verso i recettori colinergici muscarinici, anche se più alta rispetto a quella osservata con gli altri SSRI. La selettività d'azione della paroxetina si traduce in un profilo di tollerabilità migliore rispetto a quello degli antidepressivi triciclici.

La somministrazione prolungata della paroxetina determina delle variazioni adattative a livello recettoriale (ridotta responsività dei recettori 5-HT1A somatodendritici e 5-HT1B/1D terminali) che si traducono in un potenziamento ulteriore della stimolazione recettoriale.

In pazienti con depressione maggiore, accanto all'inibizione della serotonina, la paroxetina è risultata inibire parzialmente anche la ricaptazione della noradrenalina, ed è possibile che questo secondo meccanismo d'azione possa contribuire all'ampio spettro di efficacia terapeutica del farmaco nel trattamento della depressione, del disturbo di panico, del disturbo di ansia sociale, del disturbo da stress post-traumatico e del disturbo generalizzato di ansia (Gilmor et al., 2002).

In pazienti con depressione maggiore (punteggio >/= 20 secondo la scala Montgomery Asberg Depression Rating), l'inibizione della noradrenalina è stata pari al 27% e al 43%, rispettivamente a concentrazioni sieriche di 100 ng/ml e 200 ng/ml di paroxetina (alle stesse concentrazioni, l'inibizione della ricaptazione della serotonina è stata dell'85%). Con desipramina, invece, la ricaptazione della noradrenalina è stata pari all'85% con concentrazioni sieriche di farmaco di 100 ng/ml mentre la ricaptazione della serotonina è stata inibita del 18% a concentrazioni di 100 ng/ml e del 51% a concentrazioni di 500 ng/ml (Gilmor et al., 2002).

La paroxetina detemina modificazioni dose-dipendenti dell'EEG (aumento delle onde delta e beta e riduzione delle onde alfa) che portano ad un accorciamento del tempo di sonno REM e ad un prolungamento delle fasi di latenza REM (McClelland et al., 1989). In volontari sani, il farmaco riduce il tempo complessivo di sonno ed aumenta i periodi di veglia senza modificare la percezione soggettiva della qualità del sonno. Nei pazienti depressi, la paroxetina è associato ad un aumento dei periodi di veglia senza modificare il tempo di sonno complessivo, con una percezione soggettiva di miglioramento della qualità del sonno (Saletu et al., 1991; Staner et al., 1995).

La paroxetina non risulta influenzare le funzioni psicomotorie né in volontari sani, né in pazienti anziani o in pazienti depressi (Hawley et al., 1997). Non modifica i parametri di funzionalità cardiovascolare, a differenza dagli antidepressivi triciclici.

La serotonina possiede attività vasocostrittrice e proaggregante piastrinica. Le piastrine, che non sono capaci di sintetizzare il neurotrasmettitore, lo assorbono dal sangue attraverso una proteina che funge da “trasportatore” di serotonina. All'interno della piastrina la serotonina è accumulata in granuli per essere poi rilasciata nuovamente nel torrente circolatorio quando la piastrina è attivata nel processo di emostasi. L'inibizione del reupake della serotonina indotto dagli SSRI blocca anche il trasportatore di serotonina piastrinico. E' stato osservato che il trattamento con SSRI aumenta il rischio di sanguinamento uterino, il rischio di sanguinamento associato ad intervento chirurgico ortopedico nei pazienti anziani e il rischio di sanguinamento del tratto gastrointestinale superiore (Movig et al., 2003; van Walraven et al., 2001).

In uno studio di coorte relativo a pazienti trattati da 3 mesi con antidepressivi, il ricovero per sanguinamento gastrointestinale superiore era pari ad un aumento di 3,1 episodi per 1000 trattamenti/anno per i pazienti trattati con antidepressivi che inibivano la ricaptazione della serotonina rispetto a quelli che non la inibivano (Dalton et al., 2003). L'aggiunta di FANS o acido acetilsalicilico aumentava ulteriormente il rischio. Il rischio di sanguinamento inoltre non sembrava dipendere dalla durata della terapia (nessuna differenza dopo 1 mese, 2 o 6 mesi) (Layton et al., 2001).

Depressione
La paroxetina ha evidenziato efficacia superiore a placebo nel ridurre i sintomi correlati alla depressione: nei pazienti trattati con 20-50 mg/die di farmaco, il punteggio HDRS (Hamilton depressione Rating Scale) è diminuito, in media, del 47,8% rispetto al 32,6% nel gruppo placebo. Il farmaco è risultato efficace anche sul lungo periodo (fino ad un anno), nel prevenire eventuali ricadute o riacuttizzazioni della depressione.

In uno studio, condotto su pazienti depressi che avevano risposto ad una terapia con paroxetina (20-40 mg/die) di 8 settimane, la somministrazione del farmaco per un anno ha determinato un'incidenza di ricadute (episodi di depressione verificatasi entro la 16 settimana) e di recidive (episodi di depressione verificatasia fra la 17 a e la 52 a settimana) statisticamente inferiore al placebo (ricadute: 2,9% vs 19,4% dei pazienti; recidive: 13,6% vs 29,6% dei pazienti) (Montgomery, Dunbar, 1993).

La paroxetina ha dimostrato efficacia terapeutica equivalente agli antidepressivi triciclici: i pazienti responder, cioè i pazienti che in seguito al trattamento farmacologico hanno ottenuto una riduzione del punteggio HDRS >/=50%, sono stati pari al 60-74% con paroxetina e pari al 60-87% con gli antidepressivi triciclici (imipramina, amitriptilina, clomipramina, lofepramina, maprotilina) (Gunasekara et al., 1998).

Confrontando paroxetina (10-50 mg/die) e imipramina (65-275 mg/die), entrambi i farmaci sono risultati efficaci nel ridurre ricadute e recidive sul lungo periodo in pazienti che avevano risposto al trattamento sul breve periodo (pazienti responder, HDRS </=8: , a 12 mesi: 63,8 vs 67%). In questo trial, però, anche la percentuale di pazienti in eutimia dopo 12 mesi, nel gruppo placebo, è risultata elevata (69,6%). I due farmaci hanno evidenziato una percentuale di ricadute e di interruzioni della terapia per inefficacia decisamente inferiore rispetto al placebo (ricadute: 15% vs 4% vs 25%, rispettivamente con paroxetina, imipramina e placebo; interruzione della terapia: 12% vs 4% vs 22%, rispettivamente con paroxetina, imipramina e placebo) (Claghorn, Feighner, 1993).

Rispetto a imipramina e lofepramina, la paroxetina ha mostrato un inizio d'azione più rapido; meno rapido rispetto a maprotilina. Un miglioramento significativo dei sintomi depressivi, rispetto a placebo, è stato osservato dopo 1
settimana, in base al punteggio MADRS (Montgomery Asberg Depression Rating Scale), e dopo 2 settimane, in base al punteggio HDRS, con paroxetina; dopo 2 settimane, in base al punteggio MADRS, e dopo 3 settimane, in base al punteggio HDRS, con imipramina (Feighner et al., 1993). Confrontando paroxetina e lofepramina, è emersa una differenza importante nella percentuale di pazienti responder all'inizio del trattamento, che è via via diminuita perdendo di significatività statistica verso la fine del trattamento (pazienti responder 20% vs 3% dopo 2 settimane di terapia, rispettivamente con paroxetina e lofepramina; 48% vs 33%, dopo 4 settimane; 57% vs 50% dopo 6 settimane) (Moon, Vince, 1996). Viceversa si è verificato fra paroxetina e maprotilina: dopo 1 settimana di terapia la percentuale di pazienti responder è risultata maggiore con l'antidepressivo triciclico, tale differenza però ha perso di significatività dopo la prima settimana (Szegedi et al., 1997).

La paroxetina ha mostrato equivalenza terapeutica nel trattamento dei sintomi depressivi anche verso altre molecole appartenenti alla classe degli inibitori selettivi della serotonina (SSRI) quali fluoxetina, fluvoxamina, sertralina. La percentuale di pazienti responder è risultata compresa fra 68-75% vs 63-78% per paroxetina e fluoxetina (De Wilde et al., 1993; Ontiveros, Garcia-Barriga, 1997; Tignol, 1993); fra 53% vs 50% per paroxetina e fluvoxamina (Ansseau et al., 1994; Kiev, Feiger, 1997); fra 46% vs 75% per paroxetina e sertralina (in quest'ultimo caso, lo scarso numero dei pazienti arruolati, riduce la validità dei risultati ottenuti) (Zanardi et al., 1996).

In uno dei trial di confronto fra paroxetina e fluvoxamina, la paroxetina è risultata possedere un'inizio d'azione più rapido e una maggiore efficacia nel trattamento dei sintomi ansiosi dopo 3 e 6 settimane di terapia (riduzione del punteggio HDRS del 50%: 36% vs 16% dei pazienti a 3 settimane). Questi dati non sono stati però confermati negli altri due trial di confronto (1° trial: riduzione del punteggio MADRS >/=50% pari al 75% vs 78%, dopo 6 settimane e riduzione del punteggio HARS >/= 50% pari al 70% vs 71% dopo 6 settimane rispettivamente con paroxetina e fluvoxamina; 2° trial: riduzione del punteggio HDRS pari al 63% vs 59% dopo 6 settimane rispettivamente con paroxetina e fluvoxamina).

Equivalenza terapeutica è stata osservata anche fra paroxetina e nafazodone. La soministrazione per 8 settimane di paroxetina (20-40 mg/die) o nafazodone (200-600 mg/die), in pazienti affetti da depressione, ha determinato una riduzione del punteggio HDRS >/= 50% (pazienti responder) pari, rispettivamente, al 42,3% e al 39,4%. I due farmaci sono risultati analoghi anche nel trattamento dei sintomi più propriamente ansiosi (Baldwin et al., 1996).
Circoscrivendo l'impiego degli antidepressivi alla popolazione anziana, la paroxetina ha evidenziato efficacia terapeutica simile ad amitriptilina (riduzione HDRS >/= 50% dopo 6 settimane: 76% vs 86%, rispettivamente con paroxetina e amitriptilina) e doxepina (riduzione media del punteggio HDRS: 13,4 vs 11,9 con paroxetina e doxepina). In uno studio la paroxetina è risultata possedere un inizio d'azione più rapido dell'amitriptilina, mentre in altri trial questa differenza non è stata osservata.

L'efficacia antidepressiva della paroxetina nei pazienti anziani è stata confrontata anche con fluoxetina e mianserina. Rispetto a fluoxetina, la paroxetina ha mostrato efficacia maggiore anche se la risposta complessiva è stata abbastanza bassa con entrambi i farmaci (riduzione del punteggio HDRS >/= 50%: 38% vs 17% dopo 6 settimane) (Schone, Ludwig, 1993). Una maggiore efficacia della paroxetina è emersa anche dal confronto con mianserina (riduzione del punteggio HDRS >/= 50%: 48% vs 18% dei pazienti) (Dorman, 1992).

Nel trattamento della depressione maggiore nei pazienti pediatrici e negli adolescenti (età inferiore a 18 anni), la paroxetina non ha dimostrato efficacia superiore a placebo; anzi nel gruppo trattato con l'antidepessivo è stato riscontrato un maggior rischio di comportamenti autolesivi e suicidari. La paroxetina non è raccomandata in questa classe di pazienti.

La paroxetina ha mostrato efficacia nel ridurre la comparsa di depressione nei pazienti trattati con interferone alfa-2b per la terapia del melanoma maligno. Nei pazienti in cui il trattamento con interferone è stato preceduto da due settimane di terapia con paroxetina (prevenzione), l'incidenza di depressione è stata pari all'11% vs il 45% nel gruppo placebo. La sospensione dell'interferone per depressione è stata pari al 5% vs 35% dei pazienti, rispettivamente, nel gruppo trattato con il farmaco o il placebo. L'incidenza delle altre reazioni avverse è risultata sovrapponibile nei due gruppi di trattamento (NEJM, 2001).

Disturbo da fobia sociale
La somministrazione di paroxetina (20-50 mg/ml) in pazienti con disturbo da fobia sociale è risultata più efficace del placebo. Al termine dello studio, dopo 12 settimane, la riduzione del punteggio LSAS ( Liebowitz Social Anxiety Scale) è stata pari a 30,5 nel gruppo trattato con l'SSRI e a 14,5 nel gruppo placebo e la percentuale di pazienti con un punteggio CGI (Clinical Global Impression) </= 2, pari, rispettivamente, al 55% e 24% (Gergel et al., 1997).

Disturbo d'ansia generalizzato
La paroxetina rappresenta uno dei farmaci di prima linea nel trattamento del disturbo d'ansia generalizzato (GAD). La prevalenza di GAD è del 5-6%, con insorgenza più frequente tra i 35 e i 45 anni e rappresenta il disturbo d'ansia più comune nella popolazione di età compresa fra i 55 e gli 85 anni. Questo disturbo è caratterizzato da ansia non giustificata o eccessiva, persistente nel tempo e non provocata da eventi particolari. I sintomi comprendono irrequietezza, tensione, affaticamento, difficoltà di concentrazione, irritabilità e disturbi del sonno. Spesso il disturbo d'ansia generalizzato è complicato da un'elevata comorbilità, in particolare depressione, che rende difficoltosa la remissione della malattia.

La paroxetina è risultata efficace, sia a breve che a lungo termine, nel ridurre la sintomatologia associata al disturbo d'ansia generalizzato e un'elevata percentuale di pazienti dopo il trattamento può essere considerata asintomatica (J. Clin. Psychiatry, 2004). Il rischio di recidiva nei pazienti trattati con paroxetina diminuisce di circa 5 volte rispetto al gruppo placebo; più del 70% dei pazienti trattati raggiungono la remissione. La paroxetina inoltre risulta efficace anche verso altri disordini psichiatrici che spesso compaiono nei pazienti con GAD sia in di tipo depressivo (distimia, depressione maggiore) sia ansiogeno (agarofobia, panico, fobia sociale, fobia specifica).

Il farmaco ha evidenziato superiorità terapeutica rispetto a venlafaxina (SNRI), inibitore della ricaptazione della noradrenalina: mentre con venlafaxina la remissione dei sintomi è stata raggiunta dal 43% dei pazienti rispetto al 19% del gruppo placebo (criterio di valutazione: HAM-A, Hamilton Rating Scale for Anxiety), con paroxetina, la remissione ha coinvolto il 73% dei pazienti vs 34% nel gruppo placebo. L'elevata percentuale di pazienti in remissione dopo terapia con paroxetina, suggerisce un impiego prolungato (2-12 mesi) anche in quei pazienti che nella fase iniziale sembrano essere responder parziali.

Ansia associata a trauma
La paroxetina è risultata efficace anche nel trattamento del disturbo da stress post-traumatico, disturbo d'ansia che insorge dopo l'esposizione ad un grave evento traumatico. I sintomi possono essere distinti in tre gruppi: il primo gruppo comprende i modi in cui l'evento traumatico è rivissuto persistentemente; il secondo gruppo fa riferimento allo sforzo continuo di evitare pensieri, luoghi o persone che possano ricondurre al trauma; il terzo gruppo comprende sintomi persitenti di aumentata eccitabilità.

Nel trattamento dell'ansia, la paroxetina è stata confrontata anche con imipramina e clordiazepossido. Dopo 2 settimane, il clordiazepossido era risultato migliore rispetto alla paroxetina, ma dalla quarta settimana in poi, la paroxetina aveva evidenziato un'efficacia sovrapponibile a imipramina, ed entrambi questi farmaci erano risultati superiori a clordiazepossido (endpoint primari di valutazione: punteggio della scala Hamilton per l'ansia (HAM-A) e della scala Clinical Global Impression (Rocca et al., 1997).

Disturbo ossessivo-compulsivo
In pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo da almeno 6 mesi, la paroxetina è risultata statisticamente più efficace del placebo alle dosi di 40 e 60 mg/die: dopo 12 settimane il punteggio YBOCS ( Yale-Brown Obsessive-Compulsive Scale) era diminuito di 3,4 punti nel gruppo placebo e di 4,2, 5,4 e 7,3 punti rispettivamente, con paroxetina 20, 40 e 60 mg/die. La differenza di efficacia evidenziata con le diverse dosi di paroxetina ha evidenziato una correlazione dose-risposta.

La paroxetina ha mostrato attività terapeutica sovrapponibile a clomipramina nel trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo diagnosticato da almeno 6 mesi in pazienti con un punteggio iniziale YBOCS >/= 16. Dopo 12 settimane, la percentuale di pazienti in cui la riduzione del punteggio YBOCS è stata pari ad almeno il 25% è risultata del 55,1% con paroxetina, del 55,3% con clomipramina e del 35,4% con placebo. I due farmaci hanno evidenziato una differenza statisticamente significativa rispetto a placebo a partire dalla sesta settimana di terapia (Zohar, Judge, 1996).

L'efficacia della paroxetina si è mantenuta anche in trattamenti prolungati. Dopo 12 mesi, un numero minore di pazienti nel gruppo trattato con paroxetina è andato incontro a ricaduta (38% vs 59%, paroxetina e placebo) e l'intervallo fra una ricaduta e l'altra è risultato maggiore con paroxetina rispetto al placebo (63 vs 29 giorni) (Dunbar et al., 1995).

Disturbo da panico
Il disturbo da attacchi di panico è stato riconosciuto come entità diagnostica distinta dagli altri disturbi d'ansia nel 1980. Il disturbo da panico può manifestarsi con o senza agarofobia. Presenta elevata morbilità: oltre la metà dei pazienti sviluppa un disturbo di tipo depressivo. E' caratterizzato dalla presenza di intensa paura o disagio che si accompagna ad una serie di sintomi sia fisici sia psichici che compaiono improvvisamente e raggiungono il loro apice in circa 10 minuti: palpitazioni, cardiopalmo, tachicardia; sudorazioni; tremore; dispnea o sensazione di soffocamento; sensazione di asfissia; dolore o fastidio al petto; nausea o disturbi addominali; sensazione di sbandamento/svenimento; derealizzazione e/o depersonalizzazione; paura di perdere il controllo o di impazzire; paura di morire; parestesie; brividi o vampate di calore.

Nel trattamento del disturbo da panico, in pazienti con almeno 3 attacchi di panico nelle 3-4 settimane precedenti l'inizio della terapia farmacologica, la paroxetina ha mostrato superiorità terapeutica rispetto al placebo ed equivalenza rispetto alla clomipramina nel ridurre il numero degli attacchi di panico (endpoint primario), con la sola differenza di un più rapido inizio d'azione dell'SSRI. Delle tre dosi di paroxetina somministrate (10, 20 e 40 mg/die), solo la dose più elevata di 40 mg è risultata più efficace del placebo anche se alcuni pazienti hanno risposto anche dopo trattamento con dosi più basse. Dopo 10 settimane, la percentuale di pazienti liberi da attacco di panico è risultata pari all'86% con il farmaco e al 50% con il placebo (Gunasekara et al., 1998).

In un altro studio, dopo 12 settimane, la percentuale di pazienti in cui gli attacchi di panico sono stati ridotti a zero oppure ad un solo episodio è stata pari al 36% con paroxetina e al 16% con placebo. Nel gruppo trattato con il farmaco è risultata maggiore anche la percentuale di pazienti in cui la riduzione del punteggio HARS è stata uguale o superiore al 50% (85% vs 51%) (Oehrberg et al., 1995).

In trial di confronto, la paroxetina (20-60 mg/die) ha evidenziato efficacia terapeutica sovrapponibile a clomipramina (50-150 mg/die) ed alprazolam. In quest'ultimo caso, entrambi i farmaci sono risultati di efficacia simile a placebo con percentuali di pazienti liberi da attacchi di panico pari a 59% vs 62% vs 63%, rispettivamente con paroxetina, alprazolam e placebo. E' probabile che il risultato dello studio dipenda dall'elevato tasso di risposta al placebo rispetto ad altri trial e al dosaggio basso sia dell'SSRI sia della benzodiazepina (paroxetina: 26 mg/die; alprazolam: 2,8 mg/die) (Lydiard et al., 1998).

La paroxetina ha evidenziato efficacia terapeutica anche nella profilassi degli attacchi di panico quando somministrata per 6-9 mesi, con un'attività superiore al placebo e sovrapponibilie a clomipramina. Nell'intervallo compreso fra la 22esima e 24esima settimana di terapia, la riduzione media del numero di attacchi di panico, rispetto al basale, è stato di 16,3 vs 14,3 vs 10,2 con paroxetina, clomipramina e placebo, valori che si discostano molto poco da quelli osservati dopo solo 12 settimane di terapia (rispettivamente di 15,3 vs 12,1 vs 10,2), ad indicare quindi un mantenimento dell'efficacia terapeutica da parte dei farmaci. La differenza fra le percentuali di pazienti liberi da attacchi di panico, nei tre gruppi di trattamento, ha raggiunto significatività statistica alla 34-36esima settimana (84,6% vs 59,1%, rispettivamente con paroxetina e placebo), non ancora alla 22-24esima settimana (73,8% vs 77,6% vs 65,1%) (Lecrubier, Judge, 1997).

Disturbo disforico premestruale
Il disturbo disforico premestruale colpisce circa il 3-5% della donne in età fertile. La diagnosi è positiva se nella settimane che precede la comparsa del mestruo, la paziente ha manifestato almeno 5 dei seguenti sintomi e questo si ripete almeno da un anno per la maggior parte dei cicli: umore depresso, tensione e ansia, labilità emotiva, irritabilità e rabbia, scarsa capacità di concentrazione, perdita di interesse per le attività quotidiane, forte desiderio di qualche alimento o cambiamento delle abitudini alimentari, sonno disturbato, apatia o stanchezza, sensazione di oppressione e perdita del controllo, cefalea, dolorabilità mammaria, incremento ponderale e gonfiore.

Studi sia in cieco sia in aperto hanno indicato un possibile ruolo della paroxetina nel trattamento dei disturbi dell'umore associati al ciclo mestruale. La somministrazione del farmaco (10-30 mg/die) per 3 cicli mestruali (pazienti arruolate: 81) ha determianto una riduzione (sulla base di scale analogiche visive) dei sintomi quali irritabilità, gonfiore, incremento dell'appetito, tensione mammaria maggiore sia rispetto a placebo sia rispetto a maprotilina, inibitore selettivo della ricaptazione della noradrenalina (Eriksson et al., 1995). Nel trattamento prolungato, la paroxetina è risultata efficace per un massimo di 10 cicli (Sundblad et al., 1997).

Gli SSRI sono gravati da una percentuale di effetti collaterali maggiore (circa 2,5 volte) rispetto al placebo; la riduzione della dose induce una diminuzione degli effetti collaterali, con un conseguente incremento della tollerabilità del farmaco. Le disfunzioni sessuali possono persistere per tutta la durata della terapia.

Trattamento dei sintomi vasomotori associati a menopausa
In uno studio condotto in donne in manopausa, la paroxetina (a rilascio controllato) ha mostrato efficacia, già dopo la prima settimana di terapia, nel ridurre i sintomi vasomotori (vampate di calore) rispetto al gruppo placebo (Stearns et al., 2003a). Dati preliminari avevano precedentemente evidenziato l'efficacia dell'antidepressivo nel contrastare la comparsa di vampate di calore in pazienti in terapia con tamossifene. A fronte di un modesto miglioramento dei sintomo vasomotiri, la paroxetina può indurre diversi effetti collaterali quali nausea, diarrea, cefalea, insonnia, nervosismo, affaticamento e disfunzioni sessuali.